Vincenzo Brighina, Quando l’anno matura, poesie scelte
Da Vincenzo Brighina, Quando l’anno matura, Gruppo Editoriale Kalós, Palermo 2008.
N.12
Sono stanche le ore
che rintoccano lente nel silenzio.
Ora ch’è notte
non si sentono
che latrati di cani in lontananza.
Le luci sono fioche
e non destano altro che ricordi
nel piccolo paese.
Puoi ritrovare
questa strada o l’altra
dove correvi un tempo
e avevi tutta
la tua giovinezza.
La lunga scalinata che s’innalza
tra due fila di case
e sembra un varco al cielo
ha in cima quella piazza in cui giocavi
sino a sera
e duravano gli echi dei fanciulli
nell’aria tersa. A volte
ti sorprendeva un suono di campana
un poco mesto.., sembrava che la festa
ti morisse tra le mani… Eppure
cominciavi a sentire la dolcezza
di ritornare a casa lentamente.
E quell’angolo ha l’orma d’un incontro
cercato a lungo
che fu d’alcune frasi balbettate…
ma lei ti sorrideva.
Adesso che il paese s’addormenta
tra le sue luci fioche
e i tuoi ricordi,
tu ripensi di più a quell’ora mesta
quando tornavi a casa lentamente.
N.13
Sul filo dell’onda
ove corre il riflusso di mille maree
passa il meriggio e l’alba, torna la sera.
Che resta di noi, Signore?
Non più mani, non più occhi
di supplici
cercano il cielo;
nulla di noi porta il Tuo volto;
nulla ricorda il Tuo sangue.
Eppure il giorno della croce
è scritto nel nostro dolore.
E il dolore rimane,
resiste,
non lo cancella nessuno
e i tramonti succedono ai tramonti;
la solitudine è fredda di morte
e ci tenta di dentro e ci strappa.
Con le mani più vuote
corriamo lontano e si fanno più vuote!
e nulla le può riempire, più nulla.
Ogni cosa che toccano muore
nella pallida stretta.
E l’amore che cercano
l’hanno vicino, che soffre
sul filo dell’onde
ove passa il meriggio e l’alba
ove passa la sera.
N.14
Accordi lontani di chitarra
come tocchi di memoria
a intervalli di pianto e di silenzio.
Li fa più remoti una pioggia
fìtta e uguale
che a volte scroscia e ti isola
in un intenso tacere
che ti scava.
E muovono suoni e ricordi
a un confine di dolore
che si scioglie
in radici di pace.
21 gennaio 1978
N.27
Quasi foglie morte
un cumulo stecchito di memorie
crepita alla stretta
e un mondo tutto
vanisce nella pena solitaria
dell’ora più pensosa.
Briciole quasi…
e pare un al di là
questo tempo diverso
che brulica di fatti
e di quei giorni chiari
fa sogni, tanti sogni.
Ed io che vivo spesso di quel mondo,
delle svolte, da cui s’indovinava
lunga fuga di verde
e colli e colli…
del declinare lento delle alture
verso terre lontane
che a sera tremolavano di luci,
spie di paesi…
quasi un ricordo.
C’era una pietra, in alto
accanto all’aia
dove restavo a lungo nella sera
ed amavo guardare cielo e stelle
come avevano visto occhi remoti
ed altri ancora avrebbero ammirato
con lo stesso stupore.
Ed io? Immaginavo
una vita più intensa di vedere
… e forse ho errato!
Ed inseguo il passato, quasi estraneo
al mio tempo vivace!
O forse si colora di passato
la pace che a fatica si ritrova
entro giorni convulsi!
Io non faccio il poeta,
ma lasciatemi ancora contemplare.
N.31
Perché c’è il bimbo senza mamma,
l’occhio senza pianto;
il platano spoglio,
il platano verde;
la strada che s’allunga nel silenzio,
quella che spazia nella luce;
la tensione d’un canto che s’innalza
e rapido passa tra vertici;
il bisogno di tutte le parole
che tessono la valle
e carezzano ogni angolo verde
rifugio
a sterminato ingiallire di stoppie?
Perché?
Il pino che verdeggia e insieme inaridisce
non è nato;
ed io che mi aggiro nel tempo
ora piango e poi rido
nella pazienza lunga delle cose:
forse so meglio così chi sono
e non mi lacera l’onda del pianto
o del riso;
so in quale profondo s’immergono
le mie radici,
perch’io possa stare diritto
nella mia storia
e amare ogni altro
chiunque egli sia:
che soffra o che pianga,
sempre lui come me
pellegrino d’amore.
N.33
Sacrario di memorie seppellite
entro un muro assolato,
negli ulivi polverosi
sparsi tra le stoppie,
nella strada tra siepi di more,
che odora di campagna.
La mano che segnava la strada,
e aveva già rughe di ricordi
e ancora s’alzava a indicare
punti lontani,
che solo l’amore conosce,
morta foglia d’autunno
s’allenta ai margini del tempo.
Ma la stretta che tu hai conosciuto
a lungo, e quand’eri più solo,
è ora dolore
che ne svela il segreto
di memoria in memoria,
è solo amore
che ha inciso ogni giorno
anche soffrendo il silenzio.
Ha chiuso nella sua tristezza
dolcezze trascorse,
ma ancora donando;
e non le ha seppellite la morte
ma tu le piangi
ad ogni angolo della tua vita
e nel muro assolato,
nella strada tra siepi di more
che odora di campi.
N.34
Risuonano dei passi sul selciato
umido ancora. Ed è lo scalpiccio
di bullette e di sabbia sulle pietre
che da voce al silenzio. Nella sera
solo una luce fioca turba l’ombre.
Sul piatto della lampada ogni tanto
cade e si sfa una goccia. Ed il metallico
tinnire si ripete misterioso.
Il corridoio buio, in cui la strada
si restringe scendendo dalla chiesa,
ha muri roggi con finestre basse
dietro cui sembra spenta ogni altra vita.
Lungo l’acciottolato vanno soli
i ricordi degli anni senza pena
quasi a vivere di nuovo, poiché il tempo
sembra si sia fermato in questa via.
Altri fanciulli per diversi giochi
ritornano con voci, con richiami
che ridanno freschezza a queste pietre
che d’allora non sembrano più vive.
C’è pure quel sorriso così gaio
che m’esalto per anni, quasi fiaba
divenuta vicenda d’ogni giorno.
E ci sono degli occhi che m’appaiono
veri di più quasi che tutto il sole
che per essi s’è spento ora vi splenda.
La torma allegra va per la campagna
a raccogliere fiori, quelle prime
violette,che colorano già i prati,
a correre per l’erba tanto verde
come in liberi spazi…
Qualche passo ritorna sulla strada
umida ancora e qualche goccia cade
sul piatto della lampada assonnata.
N.39
A Lucia
E già stinto l’inchiostro della dedica!
Sono passati tanti anni da quel giorno
che trascorremmo insieme. Era d’aprile
e guardavamo il mare che lontano
sfumava in una luce tutta eguale.
Il belvedere apriva un orizzonte
interminato e gli occhi tuoi vicini
sostavano raccolti. Era un segreto
d’intimità che m’accoglieva, dove
dall’ansie d’ogni giorno io riposavo
quasi sentendo una carezza d’anima
sugli occhi affaticati. In quella pace
sentivo un orizzonte più profondo
dell’altro che alla vista si perdeva.
Ora è l’unico amico che mi resti
nella dura vicenda dei miei giorni.
I sostegni più labili han ceduto
ad uno, ad uno: a un nuovo affanno un altro
ne crollava e dal silenzio a quest’approdo
tornavo a risentire il mio segreto.
Tu mi resti vicina come allora
e l’intima promessa dei tuoi occhi
è pace che conforta e non ha soste.
N.42
La nostra libertà nel tuo martirio.
Jan Palach.
A una morte continua di speranze
ti strappi con la morte.
Il fuoco che t’abbrucia non te spegne
ma consuma il carnefice:
nell’altezza ferina
che incombe
sopra innumeri morti
La luna immota nel suo cielo antico
ha luce solo per il tuo martirio.
Non c’è angolo d’anima
in cui non tremi
questo bagliore,
in cui non crescerà
l’incorruttibile sguardo
che ha avuto occhi soltanto
per liberi spazi.
Nel mio silenzio ascolto
la tua preghiera.
Ai miei alunni
Lasciarvi? E come?
come una chiglia lascia l’acqua
per asciugarsi al sole
di fronte al mare
e ricordare
i sussurri e gli sciacquii sotto la luna
e i marosi e la prora decisa
che li solca,
e i lunghi percorsi e i canti
obliosi dei rematori.
E un cammino di molti anni
cominciato all’aprirsi delle gemme
con ideali
acuminati come rocce
alte e ariose.
I lunghi viali
morbidi d’erba
e leggeri di passi senza echi
accoglievano lontano e cori e danze
e trascorrere d’ali come suoni
greci di parole che invaghivano l’aria
e i fiori e i prati, e pensieri tracciavano
sospesi ad abissi.
Su quella strada non c’è l’autunno.
La forza dell’ascesa
sostiene i passi
e li tende
agli spazi purissimi
dei vertici.
Palermo, 18 aprile 1986
N.70
Roccia colpita dal vento
che s’erge solitaria
e resiste
ai sibili acuti
e si scava
e s’innalza
più sola.
Innanzi a Te, Signore,
io, solo,
nel silenzio di un’ora
sofferta
come una morte
a cercare la Tua parola,
nell’eco smarrita
d’ogni altra
che suona vicina
ma torna deserto.
Pianto di tutto
nel desolato canto della sera.










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