Perché scelgo lo stato laicale. Lettera di un giovane prete al suo vescovo
A Sua Eccellenza rev.ma
Salvatore De Giorgi, Arcivescovo.
Prima di iniziare questa memoria desidero benedire la bontà di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo che mi ha chiamato al servizio della comunità ecclesiale ed all’annuncio del Vangelo tramite il dono soprannaturale del sacerdozio. Dichiaro di amare la comunità ecclesiale e di venerare tutti i suoi insegnamenti.
Eccellenza, mi risolvo dopo una lunga ed attenta riflessione a chiedere la riduzione allo stato laicale con annessa dispensa dal celibato. Questa richiesta è stata preceduta da alcuni periodi di pausa dall’esercizio del ministero che Sua Eccellenza ha voluto concedermi perché giungessi ad una decisione ben ponderata. Nel corso di quest’ultimo anno si sono chiarite in me le principali motivazioni, generali e particolari, e le cause, recenti e remote, che mi conducono a questo passo.
Non occorre molto per raccontare la mia storia vocazionale. Sono nato il sabato di Pasqua del …., secondo di quattro figli maschi, in una minuscola casa popolare del quartiere palermitano della Noce. Mio padre era operaio, mia madre casalinga. L’educazione mia e dei miei fratelli è semplice: la scuola, la parrocchia di S. Ernesto, ove ebbi la fortuna di essere affidato, sin dall’età di cinque anni, per la preparazione alla prima comunione e successivamente come piccolo ministrante ed iscritto all’azione cattolica, alle cure di Don («Padre») Giuseppe Castiglione, morto in fama di santità. Ricordo che sin da allora manifestavo la volontà di essere prete. La mia famiglia è religiosa da sempre; la figura del sacerdote (Don Francesco Pizzo ed il cugino Giuseppe, parroco di S. Ernesto, Don Fanara…) è sempre stata presente e familiare per noi piccoli.
All’età di nove anni lasciai questo ambiente ricco di rapporti ed esperienze per andare a vivere con una coppia di zii (lei sorella di mia madre, lui di mio padre) senza figli. Questa zia era stata adottata e viveva, insieme al marito, praticamente nella stessa casa di una sorella della madre, sposata ed anche lei senza figli. Gli zii inoltre vivevano nello stesso stabile ed in stretta comunione di rapporti con la mia nonna materna, vedova, la seconda delle tre figlie di quest’ultima ed altre quattro sorelle della nonna, tutte nubili.
Le condizioni economiche di questa nuova famiglia erano sensibilmente migliori rispetto a quella dei miei genitori ma andavo ad inserirmi in una realtà che mi era estranea, dominata da una moltitudine di figure femminili, per lo più anziane, e da nessuna figura materna. La voglia di non deludere, soprattutto nella scuola, e la difficoltà di manifestare bisogni, disagi e desideri, ma soprattutto il trauma di essere strappato all’ambiente d’origine, fecero di me un bambino isolato e nevrotico. Perciò ho vissuto il mio ingresso al seminario minore, nell’autunno del 1970, senza il dolore della separazione dalla famiglia, anzi, come la coronazione di un desiderio coltivato da tanto tempo.
Ricordo gli anni del seminario minore tra i più belli della mia giovinezza. La sede si trovava allora in via Vespri, un grande complesso che il Card. Ruffini aveva dotato di alcune strutture d’avanguardia: laboratorio scientifico, palestra, campi sportivi ed una grande cappella. Qualcuno lamentava che il seminario non contasse che centodieci alunni, quell’anno. La mia classe era composta da ventiquattro ragazzi. Il clima era sereno, c’era un’atmosfera di impegno, tutto un fervore di attività parallele alla preghiera ed allo studio: sport, teatro, cinema, giardinaggio. In estate ci si recava per un mese a Baida per il seminario estivo. In quegli anni ho incontrato alcuni dei sacerdoti che più stimo: Salvatore Di Cristina, Pietro Magro, Giovanni Oliva, Pino Sclafani, Mario Golesano, Salvatore La Sala, Pino Puglisi ed allacciai amicizia con parecchi compagni, alcuni dei quali sono sacerdoti: Cesare Rattoballi, Mario Cassata… Erano anni di sperimentazione, anche nella Chiesa ed il seminario era un vero laboratorio di nuove proposte formative. Allora non potevo certo rendermene conto, ma le idee del Concilio passavano attraverso lo stile e la prassi dei superiori, quasi sempre giovani sacerdoti o addirittura freschi di studi e prossimi all’ordinazione. Ma le idee nuove e le inquietudini che filtravano dal mondo esterno, a mano a mano che la crisi degli anni ‘70 andava maturando, portavano con loro anche dei problemi. Le vocazioni andavano scarseggiando, il numero dei seminaristi diminuiva sensibilmente ogni anno.
Nel 1974 la «Sesta Casa», il vecchio seminario minore di via Vespri, fu chiusa per sempre. Ci trovammo così in quarta ginnasiale, essendo rimasti una ventina, a dover cambiare sede ed istituto scolastico. Trovammo sistemazione presso l’attuale Seminario Maggiore, in via Incoronazione; per la scuola ci recavamo ogni mattina al seminario di Monreale, nei cui locali era distaccata una sezione del ginnasio Guglielmo II. Si tratta di anni importanti per la mia formazione umana ed affettiva. Nonostante i ritmi comunitari, non mancavano i contatti con giovani non seminaristi. Tra i nostri compagni di classe c’erano anche alcune ragazze. Fu senz’altro per via di quest’aria di apertura che, conclusisi i due anni di ginnasio, noi seminaristi decidemmo di iscriverci al liceo statale Vittorio Emanuele II pur continuando l’esperienza comunitaria a tempo pieno nella comunità del seminario minore. I superiori, in particolare Don Salvatore Di Cristina, nominato rettore proprio quell’anno, assecondarono la decisione. Essendo rimasti in quattordici ci trasferimmo nella sede di Piazza Peranni. Si trattò di un’esperienza dolorosa ed esaltante ad un tempo. L’affiatamento tra noi ed i superiori, Di Cristina, prima, Alessandro Manzone e Rosario Giuè successivamente, era così forte che si può parlare davvero di una comunità autogestita fino nei più piccoli dettagli: dalla liturgia, alla formazione, gli orari, ai contatti con l’esterno, alla manutenzione della casa, la pulizia degli ambienti, il giardino, l’arredo e persino la preparazione della colazione e della cena. I rapporti con i compagni e le compagne di scuola erano intensi ed essi frequentavano assiduamente e con naturalezza la nostra casa.
Ma si trattava degli ultimi slanci di un’esperienza in via di esaurimento. I tempi della sperimentazione erano ormai finiti, il seminario minore era destinato a scomparire; la Curia, attraverso l’economo, ci faceva sapere che non era vantaggioso tenere in piedi una comunità di poco più di dieci seminaristi. Il seminario minore doveva chiudere. Poiché noi seminaristi avremmo voluto proseguire in una istituzione della diocesi il nostro cammino vocazionale, il Card. Pappalardo, nel corso di una nervosa riunione, ci disse che avremmo dovuto noi stessi trovare qualche sacerdote disposto ad assumersi l’incarico di rettore. Ricordo che contattammo, tra gli altri, il compianto Don Giosuè Bonfardino, il quale rifiutò.
La brusca fine del seminario minore per banali motivi di amministrazione avrebbe lasciato in me un risentimento profondo che non sarei mai più riuscito a superare. Mi sentivo tradito dalla mia Chiesa. Per la prima volta mi rendevo conto che motivi di carattere economico avevano la meglio su qualsiasi altra considerazione e valore in una scelta pratica della diocesi e potevano prevalere persino sulle persone stesse.
Trascorsi a casa dei miei l’ultimo anno di liceo e il primo di teologia. Anni importanti anche questi, perché ricchi di idealità, progetti, sogni; di affettuosi rapporti di profonda amicizia con molti coetanei e di speciale tenerezza per una ragazza.
Nell’autunno del 1979 entrai come interno al seminario maggiore. Il rettore era allora Mons. Vincenzo Cirrincione, attuale vescovo di Piazza Armerina. L’intero gruppo dei superiori era stato nominato proprio quell’anno. La comunità del seminario maggiore, infatti, usciva da un periodo drammatico. L’anno precedente si erano verificati episodi di omosessualità nei quali erano coinvolti alcuni seminaristi; uno di questi aveva infine tentato di suicidarsi in seminario.
Al “minore” avevo vissuto un’esperienza formativa ed umana di prim’ordine, che sovrastava di gran lunga gli stili e i modelli – che mi apparivano grossolani, sprovveduti dal punto di vista pedagogico, spiritualmente poveri e culturalmente antiquati – proposti dai responsabili negli anni del seminario maggiore. Il tipo di prete che in quel mondo a misura di parroco si andava formando mi appariva del tutto estraneo alla necessità di incarnare un’umanità a misura del mondo, di plasmare in se stessi il modello dell’uomo di tutti, di rappresentare esistenzialmente l’uomo delle beatitudini, le forme di un’umanità universale. Preparati a compilare a dovere il modulo del processicolo matrimoniale – come ebbe a dire icasticamente, appena qualche anno fa, un vescovo siciliano – ma incapaci di un’ermeneutica salvifica dell’oggi.
Gli anni del seminario maggiore trascorsero proficuamente, dal punto di vista della mia preparazione teologica, ma con un disagio e una delusione crescenti dal punto di vista umano. A causa delle lotte intestine al collegio dei docenti, della scarsa considerazione da parte dell’episcopato siciliano e della crisi legata al delicato passaggio istituzionale verso l’erezione a facoltà teologica, gli allievi dell’Istituto teologico S. Giovanni, ed in particolare i seminaristi, vivevano un profondo malessere. L’ultimo nostro anno di teologia fu particolarmente sofferto. Gli allievi furono, in maniera più o meno aperta, accusati dal Preside, Mons. Crispino Valenziano – una persona ossessionata dalla paura che la sua creatura potesse naufragare – di complottare contro la facoltà. I seminaristi che sostennero in quell’anno l’esame di baccellierato si videro abbassare di un voto il risultato dell’esame finale. Io stesso fui più volte convocato dal Preside ed invitato a cambiare istituto.
Anche in questa circostanza il Card. Pappalardo si sottrasse alle sue responsabilità. Solo in un’occasione, quando ormai la data dell’ordinazione presbiterale era stabilita, si limitò ad affermare: «non ti avrei mai ordinato diacono se avessi saputo di te certe cose…».
Poi mi consegnò il seguente biglietto:
Ecco alcuni punti sui quali il caro… è invitato a riflettere e progredire:
- segno d’intelligenza è non l’essere tenacemente attaccati al proprio giudizio ma saper considerare e tenere in conto anche le idee e le ragioni degli altri;
- accettare norme ed indicazioni di comportamento che vengono date da persone responsabili non è subire violenza dall’esterno, ma vivere nella Comunità ed evitare atteggiamenti singolari o stravaganti o talora pericolosi;
- le qualità e le doti che si possiedono devono essere sempre messe a servizio del ministero e mai fatte prevalere su di esso e sulle sue esigenze;
- la funzione di guida e di leadership va svolta con semplicità e modestia, procurando di mettere in mostra ed utilizzare le capacità degli altri.
Fui ordinato presbitero il …………….. Quell’anno ho anche conseguito, con il giudizio di magna cum laude il grado di baccelliere presso la facoltà teologica di Sicilia.
Solo dopo i primi tre anni di ministero presbiterale, svolto come vice parroco presso la parrocchia di …. («andrai con Don …., che ti conosce bene… Non posso mandarti in una parrocchia qualsiasi, rischieresti di bruciarti subito…», aveva detto il Cardinale il giorno dopo la mia ordinazione) e di insegnamento della religione cattolica presso il liceo scientifico …, ottenni dall’Arcivescovo il permesso di trasferirmi a Roma per un periodo di studi, durato quattro anni, presso la Pontificia Università Gregoriana, conseguendo la licenza in teologia morale con il voto di magna cum laude. Nel frattempo svolgevo attività pastorale, prevalentemente al servizio dei giovani, presso la parrocchia romana di Stella Mattutina. Nel 1987 ho anche ottenuto la laurea in storia e filosofia presso l’Università di Palermo con la votazione finale di 110 e lode.
Non potendo continuare gli studi a Roma, soprattutto a causa delle ristrettezze economiche in cui mi trovavo, non godendo allora di alcun sostentamento, tornai in diocesi. Il mancato sostentamento economico si era protratto, dal settembre 1986 agli inizi del 1990, per tutta la durata dei miei studi di perfezionamento in teologia morale presso l’Università Gregoriana di Roma. Al proposito ripeto quanto già ho avuto modo di dire a Sua Eccellenza e cioè che il Card. Pappalardo assicurò che si sarebbe provveduto in qualche modo al mio sostentamento, assicurazione cui la diocesi non riuscì in seguito ad ottemperare, nonostante per due volte, in tempi diversi, avessi fatto presente la cosa allo stesso Arcivescovo e al responsabile dell’istituto diocesano per il sostentamento del clero, allora Mons. Vincenzo Manzella. La mia permanenza romana ed i miei studi furono in qualche modo resi possibili solo ed esclusivamente grazie alla carità di alcuni amici sacerdoti (Don Piero Magro, in primo luogo), di alcune persone buone e dell’ospitalità dell’amatissimo Mons. Gabriele Perlini, parroco della comunità romana di Stella Mattutina.
Se menziono questi fatti è solo perché tutto ciò ebbe conseguenze negative che si sono prolungate fino a tempi recenti. Infatti proprio a causa delle ristrettezze economiche in cui versavo mi vidi nell’impossibilità di conseguire il dottorato in teologia e dovetti proseguire la stesura della tesi a Palermo. Rientrato a Palermo dal mio soggiorno di studi a Roma ho iniziato la stesura della tesi di dottorato sotto la direzione del prof. S. Privitera. Dal 1990 ad oggi ho insegnato teologia morale fondamentale e tenuto seminari sul gradualismo teologico-morale, prima presso lo studio teologico «S. Luca», di Catania, poi a Palermo, presso la nostra facoltà teologica, col titolo di assistente alla cattedra di teologia morale e dal 1994-95 anche presso l’Istituto teologico «B. Giovanni Duns Scoto», della provincia siciliana dei frati minori conventuali, tenendovi i corsi di morale fondamentale, dottrina sociale della Chiesa, morale della vita fisica, logica e cosmologia. Dal 1994 sono dottorando presso la cattedra di filosofia del diritto dell’Università di Palermo. Ho svolto la mia attività di ricerca anche attraverso la pubblicazione di articoli su riviste scientifiche ed intervenendo a conferenze e convegni dedicati soprattutto a tematiche di bioetica, etica sociale, diritti dell’uomo. Dal 1993 al giugno del 1996, infine, ho prestato il mio servizio pastorale presso la chiesa di …., in qualità di rettore.
Il …. ho consegnato le mie dimissioni dalla facoltà teologica di Sicilia e successivamente da tutti gli altri incarichi di insegnamento teologico. Anche se precedute da una lunga crisi iniziata con il martirio di Padre Puglisi, che diede l’avvio in me ad una riflessione sulle colpe della nostra comunità diocesana in quella morte, le vicende cui sono legate tali dimissioni costituiscono la causa prossima che mi fa risolvere alla richiesta di lasciare il ministero.
Non credo sia il caso di scendere ulteriormente nei dettagli di questa vicenda, che, del resto, ho già illustrato a Sua Eccellenza nella mia lettera del …. Ripeto solo che le mie dimissioni furono dovute al fatto che in vari colloqui e, in almeno un’occasione, anche in presenza del preside e del vice preside di allora, rispettivamente i professori Salvatore Di Cristina, e Aldo Naro, il prof. Salvatore Privitera ha rinunciato alla difesa della mia tesi dottorale sulla (a suo tempo da lui presentata, nel suo impianto generale, al consiglio dei docenti di codesta facoltà ed in quella sede debitamente approvata) motivando questa sua posizione con la denuncia dell’errata impostazione della tesi, dalla quale procederebbe, ad onta di numerose ed esplicite dichiarazioni in contrario in essa contenute, la fallacia logica di stampo relativista, decisionista, non cognitivista…
In realtà il rifiuto del direttore della tesi a difenderla in sede dottorale fu dovuta ad una sua incomprensione o/e intolleranza di una impostazione teologico-morale diversa da quella che egli riteneva di dover personalmente sostenere. A questo proposito colgo l’occasione per ribadire la mia adesione a tutto ciò che è insegnato in materia di morale dal Magistero ecclesiale, ed in modo particolare dal concilio Vaticano II, e nuovamente respingo qualsiasi accusa di relativismo morale.
L’episodio delle mie dimissioni dalla facoltà teologica, come dicevo, è stato particolarmente rilevante per la mia richiesta di essere sospeso dal ministero. Come si vede da questa deposizione, nel corso di quasi quattordici anni di ministero non ho mai ricoperto particolari responsabilità pastorali. La mia presenza ecclesiale è stata caratterizzata da una certa marginalità. Prima che accadesse l’ultimo degli episodi esposti ritenevo, in tutta semplicità, che ciò corrispondesse alle intenzioni dichiarate dei superiori, in particolare dell’Arcivescovo, il Card. Pappalardo, e successivamente del suo vicario generale Mons. Salvatore Gristina; l’intenzione, cioè, che il mio ministero si svolgesse nel campo della ricerca teologica e dell’insegnamento. Questo, infatti, era il compito esplicitamente assegnatomi dall’Arcivescovo per motivare, per esempio, la mia permanenza a Roma e tutti gli altri incarichi pastorali affidatimi in questi anni. Perciò l’indifferenza manifestata dai superiori di fronte alle mie dimissioni dall’insegnamento presso la facoltà è stata per me profondamente rivelatrice dei dubbi e del sostanziale scetticismo che in realtà essi nutrivano sull’autenticità del mio impegno ecclesiale e sulla mia fedeltà al Magistero.
Certo, la mia sfera affettiva non è integra, nel senso che mi porto dentro ferite antiche alle quali si sono sovrapposti successivi errori. In particolare, sin dalla formazione in seminario e dall’ordinazione ho sempre commesso un errore di valutazione, che mi ha portato a credere che questa mia fragilità non mi avrebbe impedito di perseguire l’obiettivo di contribuire “dall’interno” alla crescita della Chiesa. Perciò nonostante l’attrattiva della vita coniugale e nonostante l’inadeguatezza dell’istituzione del celibato ecclesiastico rispetto alla sensibilità ed alla cultura degli uomini e delle donne di oggi fosse sempre più chiara nella mia mente, mi sono sforzato di rimanere fedele al ministero ed alla promessa di celibato per amore del mio popolo, anche a prezzo di sacrifici e dilanianti rinunce. Ma una volta giunto alla conclusione di essere stato deliberatamente posto in isolamento per tredici anni (e, ancor prima, fin dai tempi del seminario maggiore) oggi avverto che sarebbe contrario alla volontà di Dio reprimere il desiderio di ricostruire una mia integrità affettiva e di conquistare un equilibrio interiore con l’aiuto della persona che amo. Ma credo soprattutto che il Signore mi chiami oggi ad un ministero di carità, ancora più impegnativo, nella vita coniugale, nell’accoglienza della vita, nell’educazione dei bambini e dei giovani all’amore, nell’aspirazione ad una pienezza di vita umana.
Quanto ai miei superiori di questi anni mi rammarico solo della loro sconfortante mancanza di coraggio che ha seppellito, per accidia, per cupidigia, vanità, attaccamento al potere o semplicemente per paura di supposti «atteggiamenti singolari, stravaganti e talvolta pericolosi», innumerevoli talenti che lo Spirito aveva disseminato nella comunità ecclesiale.
Eccellenza, eccomi alla fine di questa confessione. In questi giorni cerco di relativizzare la mia esperienza e di inserirla in un più grande travaglio in cui si trova tutta la Chiesa.
Non penso di sbagliarmi, almeno su questo: una parte delle mie contraddizioni sono in realtà quelle di tutta intera la nostra comunità, che, proiettata su uno scenario che è sempre più vasto ed assume sempre più le dimensioni universali di quella messe su cui si posa lo sguardo di Cristo nel vangelo, in qualche modo, nonostante tutto, va liberandosi delle sue visioni contingenti. Forse questa goccia di sofferenza nel mare della Chiesa e del mondo potrà rivelarsi non del tutto inutile in futuro. Allora potrà ricevere un bagliore di significato nella logica che sostiene la speranza del chicco di grano.
Eccellenza rev.ma,
approfitto dell’occasione, nel consegnarle questa nuova versione leggermente riveduta della mia memoria per la dispensa, per porgerle l’augurio di un S. Natale e rinnovarle i sensi della mia stima e del mio affetto per lei.
Sento dai giornali e dai discorsi di tanti amici che anche l’arcivescovo di Palermo è finalmente impegnato in modo convincente nella fatica di quanti cercano di redimere le nostre Chiese da ogni collusione ed indulgenza nei confronti di certe forme di peccato. Lei, Eccellenza, ha saputo trovare parole migliori – vorrei dire “più evangeliche” ma certamente più sincere – di quanto non si sia riusciti nel nostro recente passato ecclesiale. Parole più credibili perché invitano a denunciare il male guardando in primo luogo a quello che è presente proprio in seno alla stessa comunità ecclesiale.
Non è affatto un caso che avvengano solo adesso fatti di inaudita gravità, che sembrano riportarci a trascorsi tenebrosi, e scene penose come quella che vede il nostro vescovo pubblicamente schiaffeggiato dal prete palermitano più notoriamente corrotto degli ultimi trent’anni.
Vorrei consolarla, Eccellenza, anche se ne sono del tutto indegno, dicendole che stanno semplicemente colmando la loro misura. Mi riferisco, oltre alla persona che ha compiuto questo gesto, anche ad altre che lei ha in qualche modo allontanato ed altre ancora che rimangono tuttavia al loro posto. Sono mercenari, non pastori, che, nonostante l’avvicendarsi nella cattedra palermitana di tre cardinali, hanno sempre goduto il favore di chi invece avrebbe dovuto allontanarli. Sono gli stessi che, forse perché troppo occupati a progettare centri commerciali, hanno lasciato solo e senza aiuti P. Puglisi e quei pochi impegnati nei centri sociali, l’unico efficace strumento non repressivo che in questi anni la comunità civile e quella ecclesiale abbiano saputo inventare per combattere la mafia. Sono gli stessi che hanno spogliato parrocchie ed antiche chiese, depredato ed abbandonato al degrado il patrimonio culturale e spirituale della Chiesa, mentre decine di parroci di periferia venivano lasciati operare, per anni ed anni, senza strutture, senza oratori, senza canonica, senza neppure luoghi di culto degni di questo nome, in luoghi malsani, capannoni industriali, autorimesse…
Quegli equilibri di potere che hanno impedito per anni lo sviluppo civile, economico, culturale e spirituale del Paese sono stati garantiti, nella nostra città da queste stesse persone scambiando consenso e privilegi. Ovunque, nella Chiesa di Palermo per venticinque anni è prevalso il calcolo economico sull’interesse pastorale ed il benessere spirituale della nostra gente.
Ma certamente lei conosce tutte queste cose.
Nell’esempio biblico del servo sofferente a causa degli empi l’uomo buono trova il proprio conforto.
Desidero ringraziarla ancora una volta per la bontà, anzi la delicatezza, con la quale lei mi ha trattato nel breve periodo in cui le sono stato affidato come sacerdote e per il bene che lei ha già fatto a questa Chiesa.
Fraternamente suo
Palermo, 17 dicembre 1997














E’ bellissima Giampiero… GRAZIE!
Desideravo molto conoscere di più della tua vita. Nuovamente GRAZIE. Mi ha commosso.
Ad ogni modo penso proprio che la tua scelta è stata più che giustificabile. Sicuramente al tuo posto avrei operato esattamente come te.
Altra cosa…
Quello che affermò il card. Pappalardo e cioè l’invito che ti fece:
“Ecco alcuni punti sui quali il caro… è invitato a riflettere e progredire:
- segno d’intelligenza è non l’essere tenacemente attaccati al proprio giudizio ma saper considerare e tenere in conto anche le idee e le ragioni degli altri;
- accettare norme ed indicazioni di comportamento che vengono date da persone responsabili non è subire violenza dall’esterno, ma vivere nella Comunità ed evitare atteggiamenti singolari o stravaganti o talora pericolosi;
- le qualità e le doti che si possiedono devono essere sempre messe a servizio del ministero e mai fatte prevalere su di esso e sulle sue esigenze;
- la funzione di guida e di leadership va svolta con semplicità e modestia, procurando di mettere in mostra ed utilizzare le capacità degli altri.”
LO TROVO ASSOLUTAMENTE INGIUSTO ED APPROSSIMATIVO se, oggi sei come prima.
Da ciò che scrivi, e dalle battute di confronto rilevabili oggettivamente su questo sito, non ti appartengono. A mio modesto parere sei tutt’altra persona. Sei quasi angelico e… sono realmente felice di averti conosciuto.
Un abbraccio +
Questa, poi: “angelico”, proprio no, non me l’aveva mai detto nessuno, anche se effettivamente in un quarto di secolo si può cambiare parecchio. Ma, alla fine, da che parte è scritto che qui si parla di me?
Un abbraccio.
beh, con me sei stato molto ma MOLTO serafico.
Pochi al mondo avrebbero avuto la pazienza e la sopportazione che hai avuto con me. Il mio comportamento è stato quasi pari a quello di un demonietto! E tu lo hai gestito santamente.
Inoltre, è vero che non si evince che sia tu la persona di cui si parla nella lettera. Ma alcuni dettagli, accennati in altri post precedenti, concordano con quelli della lettera.
Per me sei tu.
Saluti di vero cuore.
Per Sebastian.
E’ ovvio che é lui…fidati!…anche se non è un angelo…
ma…mi accorgo che in questo sito scrivi soprattutto tu…cosa fai nella vita che hai tutto questo tempo?
Sto scherzando….mi fa piacere che ci siano persone che scrivono su terra di nessuno.
@Giampi….
……….molto interessante…….tante cose non le sapevo….per lo meno non così bene come le hai spiegate in questa lunghissima lettera, anzi…a suo tempo avevo pensato che il cardinale Pappalardo ti avesse in un certo senso “promosso” e “comprato” (non nel senso letterale del termine, cerca di interpretare) facendoti diventare rettore…ma io quale parte ho avuto in tutta la tua vicenda di vita (se mai ne ho avuta una) e se hai il coraggio di rispondere sinceramente????
@Giampi…
ti aiuto a rispondere…la strofa di una delle tue canzoni in cui più mi riconosco come “ruolo” nella tua vita dal 1981 in avanti è questa:
“se anche te ne andrai con le tue storie in spalla e la chitarra, anche per me vedrai città straniere, nuovi porti, altre sere….chi ti é amico é un altro te stesso!
Dimmi…che ti disse il vento, dimmi che si capisce tutto in un momento…Dimmi…dove nasce il sole, dimmi dove Egli bacia la terra e muore…”
Tuttavia…se anche forse concordi con me circa la caratterizzazione della nostra amicizia data da queste brevi strofe…sappi che non mi bastano…perché vorrei proprio capire qual’é stato il mio ruolo nella tua vita dal 1978 al 1981.
Ah ah, davvero mi hai creduto comprato con la “rettoria” di S. Croce, nota come la cattedrale di lamiera, ai confini di Brancaccio?
Non ho difficoltà a risponderti. Se fossi una canzone, tu saresti quella strofe, se invece fossi un romanzo, tu saresti un intero capitolo, la chiusura di tutta la prima parte. Ma io oggi davvero mi sento un’altra persona.
Per jò
La tua domanda è leggittima.
Ho semplicemente capito che è più prezioso il TEMPO che il DENARO.
Per cui preferisco lavorare l’essenziale, guadagnare pochi soldi ma avere molto, molto tempo a disposizione.
Ho pochissime pretese, vivo con l’essenziale ed ho MOLTO di più di ciò che si potrebbe desiderare. L’inimmaginabile! Non mi manca nulla e…. sono contento e felice così come sono.
Saluti.
Senza parole.
Questo è un documento di eccezionale valore! Nella sua unicità la ritenevo impensabile, quasi un espediente letterario. Non è “solo” un’autobiografia ma lo spaccato di un’esistenza e delle difficoltà che ha incontrato un uomo e un’intera Chiesa in un momento storico tanto concitato dal quale ancora non sia mo usciti. Uno spaccato di vita ecclesiale in cui sono rintracciabili scelte pastorali e le loro consceguenze. Problemi e virtù che si sono scontrati e si scontrano probabilmente tuttora in un lavorio, in una lotta che i nostri presbiteri continuamente vivono e/o fomentano con le loro scelte consapevoli o meno. Sarebbe molto interessante se altre di queste lettere, secretate negli archivi per le prossime generazioni, fossero rese disponibili, in forma anonima o meno, dalle moltitudini di pastori che hanno dismesso l’abito in questi anni. Interessante sarebbe compararle per ricostruire questo spaccato di storia contemporanea. Una rivoluzione: portare alla luce i problemi significa come in una psicanalisi sociale portarli ad un livello di coscienza ove sia possibile nel tempo risolverli, o forse no. Ma se accadesse? Chi potrebbe vietare ad un uomo di raccontare la sua storia? Chi potrebbe impedire allE verità di venire a galla se ognuno raccontasse la propria?
“E se ognuno fa qualcosa…”
Tutti hanno i loro scheletri: io, tu non saremmo uomini altrimenti. Altrimenti Dio non avebbe avuto motivo di salvarci, ne di deificarci…saremmo stati già perfetti.
@Richi.
Potresti essere mio figlio per la tua età, ma sei già molto saggio, complimenti!
Sono perfettamente d’accordo con tutte le tue affermazioni:
“Chi potrebbe vietare ad un uomo di raccontare la sua storia? Chi potrebbe impedire allE verità di venire a galla se ognuno raccontasse la propria?”
“E se ognuno fa qualcosa…”
“Tutti hanno i loro scheletri: io, tu non saremmo uomini altrimenti. Altrimenti Dio non avebbe avuto motivo di salvarci, ne di deificarci…saremmo stati già perfetti”.
Devo riconoscere a Giampi che questa lettera é lo spunto per permettere alla verità di venire alla luce senza mistificazioni, e questo è molto in questo momento storico in cui tutti e tutto soventissimo interpretano e stravolgono le verità altrui…
@Giampi
Grazie perché mi dedicheresti l’intero primo capitolo del tuo romanzo di vita, se mai lo scrivessi…; scrivilo allora… Ma no…sinceramente, fai come vuoi e come ti senti! Anch’io non sono più la stessa persona, anche se mi riconosco tuttora un’innocenza e un’integrità adolescenziale di fondo che il tuo racconto sicuramente farebbe risaltare.
Certo che la mia vita è stata molto condizionata dall’averti conosciuto, fino agli anni 90 direi, quando ho finalmente capito che stavi diventando un’altra persona. Già all’incontro di camminare insieme dell’estate del 1992 – quello che praticamente avete organizzato al mio paese per farmi partecipare a tutti i costi e per farmi tornare nel gruppo…- stavo iniziando a capire quanto tu stessi cambiando…ma l’ho capito definitivamente qualche tempo più tardi a [...].
Ora la mia vita l’ho affidata nelle mani di Dio (in cui è sempre stata riposta) e anche nelle mani della persona che amo e che si prende amorevolmente cura di me, pur senza comprendere completamente la mia personalità e il mio passato così segnato dalla tua presenza-assenza.
Ma non è colpa sua, é colpa mia che sono una persona così complicata e così semplice allo stesso tempo; ma per alcuni, troppo complessa da essere compresa senza essere fraintesa. Solo tu riuscivi a capirmi appieno, essendo tu decisamente più complicato di me…eheheh!
Ciao Giampi. Grazie.
Grazie, Jò, e Riccardo, Michele, Bastiano. Grazie anche anche a tutti voi che leggete, senza scrivere mai.
Giampiero.
Caro Richi,converrai almeno sul fatto che ci sono scheletri e SCHELETRI…..e francamente notare certi soggetti… con gli armadi pieni di SCHELETRI non fa certo piacere.
tranquillo non sono quelli che hanno lasciato il ministero, almeno non sono la maggior parte.
E poi volevo darti un consiglio spassionato, per quanto sconvolgente sia l’operato di un uomo a noi non è concesso di giudicare le persone, e se male ci è stato fatto ci è chiesto di perdonare e rimettere tutto nelle mani di Dio.
Questo non vuol dire quietismo, non vuol dire lasciare tutto nelle mani degli empi ma lottare con quella pace che è da Dio. Con serenità, nella piena coscienza che anche noi siamo fragili e non sappiamo se domani riusciremo a conservarci nella giustizia o se saremo più empi degli empi. Affidarsi a Dio significa questo: amare i nemici e odiare l’inimicizia, non con le nostre forze ma con la forza che Dio ci dona andando sempre oltre. Andando oltre ci si scontra con il limite e il limite è la nostra croce, il filo del rasoio in cui se stiamo indietro pecchiamo d’ignavia e se andiamo oltre diventiamo scandalo, cadiamo, ci tagliamo ed è li che ci rendiamo conto che “solo Dio”: solo Dio è il giudice, solo Dio è colui a cui dobbiamo obbedire, solo Dio è colui che ci salva. Solo Dio nella nostra vita: niente rabbia, niente odio, niente rancori, solo AMORE: solo Dio.
grazie jò,
cmq ho solo il merito di aver cercato, quello che ora è mio mi è stato dato. Per esempio ” e se ognuno fa qualcosa…” sembrerebbe da attribuire a padre Puglisi. E comunque credo che l’unica vera musa che “ispira” il bene all’uomo sia lo Spirito Santo. Vorrei tanto che mi ispirasse molto di più, o meglio vorrei avere polmoni più grandi ma accettiamo il fatto che per ora ho la bronchite!
p.Pino Puglisi
oops ciao Rick
@Richi,
più leggo ciò che scrivi e più mi convinco che sei veramente una persona ispirata dallo Spirito Santo, se ciò che scrivi lo pensi e lo vivi:
“Affidarsi a Dio significa questo: amare i nemici e odiare l’inimicizia, non con le nostre forze ma con la forza che Dio ci dona andando sempre oltre. Andando oltre ci si scontra con il limite e il limite è la nostra croce, il filo del rasoio in cui se stiamo indietro pecchiamo d’ignavia e se andiamo oltre diventiamo scandalo, cadiamo, ci tagliamo ed è li che ci rendiamo conto che “solo Dio”: solo Dio è il giudice, solo Dio è colui a cui dobbiamo obbedire, solo Dio è colui che ci salva. Solo Dio nella nostra vita: niente rabbia, niente odio, niente rancori, solo AMORE: solo Dio”.
Grazie al cielo per il dono dello Spirito Santo e perché continua ad operare nelle persone come te.
Grazie davvero.
Vedi caro Richi,non ho nessuna difficoltà ad ammettere che dopo averne subite tante,ma tante, da chi avrebbe dovuto dare l’esempio,non fosse altro che per il suo status di vita,qualche risentimento c’è. Quella che proponi è la via maestra del cristianesimo:nulla da dire. Però,sarebbe opportuno, che chi ha certe responsabilità e porta certi abiti la smettesse di fare nefandezze.La via del non giudizio e del perdono non fanno mai a pugni con la Verità. Non si tratta di quietismo,dunque, ma di chiamare le cose con il loro nome e cognome,soprattutto quando si mette in gioco la dignità altrui!
Sarà che non sono ispirato……, pazienza!
Caro Michele,
ieri ho provato a scrivere ma il form ha fatto le bizze ed ha cancellato tutto.
Riassumendo volevo solo esprimere il consiglio di essere più sereno. Per esserlo gli unici modi sono o ingnorare o amare. Amare, avere viscere di misericordia, e avere anche pena! per coloro che corrono verso la morte, qualunque sia il loro status. Amare poi significa non solo perdonare, ma fare ciò che è in nostro potere per aiutare e convertire. Spesso è impossibile a livello personale, e allora si agisce a livello pubblico, seguendo quello che è il dettame evangelico della correzione fraterna. Lottare è affidarsi ed obbedire alla volontà di Dio che grida nella nostra coscienza, ma non per questo bisogna perdere la tranquillità e l’equilibrio perchè rimaniamo fermi nella fede nella speranza e nella carità (vedi il magnifico inno paolino alla carità). Non è vero che non sei ispirato, guarda nel tuo cuore, fermati, rifletti…ascolta.
Uffa ma perchè andiamo sempre off-3dh?!
ritorniamo alla res!
La lettera pare denunciare tre cose principalmente:
1)Pastorale inadeguata e ampiamente condizionata da dinamiche economiche squilibrate.
2)Mancanza di “comunione tra la comunita del clero” che sfoci in fazionismo e isolamento.
3)Incapacità di obbedienza e di farsi obbedire che non permette una linea d’azione unitaria e chiara nella conduzione della diocesi, fino ad arrivare agli eccessi di uno schiaffeggio pubblico.
Certo l’esperienza e gli eventi ci cambiano, e ci cambiano molto. Ho conosciuto il presbitero prima della scelta dello stato laicale. Tuttavia vedo e desidero sottolineare, malgrado gli inevitabili cambiamenti, un’unicità profonda nella sua persona: l’onestà intellettuale adamantina, unica, fuori dal comune. Pensandoci soffro molto perchè so che è una virtù pagata a carissimo prezzo.
Mi consolano solo la speranza in una giustizia infinitamente più grande di quella miserella degli uomini e la certezza nessun cambiamento mi toglierà la sua intelligenza e la sua amicizia.
Un abbraccio,
Fabio
Caro Giampiero, leggere la tua lettera mi ha fatto capire più cose di te, che ho conosciuto solo per un breve periodo e cosi poco. Ti ricordo ai tempi dell’incontro di Camminare insieme di Nocera Umbra e in qualche altra occasione; ricordo una persona bella dentro ma molto tormentata, complicata e tormentata. Purtroppo, chi mi parlava di te diceva sempre che eri una persona “fuori dalle righe”, un “cane sciolto”, insomma. La qual cosa non mi illuminava su di te, che, invece, avrei voluto conoscere meglio. Seppi, poi, della tua scelta ma non sapevo ciò che si agitava dietro. Ritrovarti, qui, quindi, per noi che siamo lontani, mi ha fatto piacere e leggere la tua nota di spiegazione e di percorso di vita, mi ha rinfrescato un pò le idee, su di te, su quel mondo di sacerdoti che sono anche uomini. Se molti di loro avessero il coraggio di fare una scelta coerente, invece di predicare e fare esattamente il contrario… il mondo sarebbe un pò più pulito.
Un abbraccio
Rosalba
Ti ringrazio, cara Rosalba, per la delicatezza con cui porgi il tuo discorso, senza rinunciare all’acutezza. Sì è vero, era più o meno quello il periodo, anche se la lettera è posteriore di qualche anno. E’ altrettanto vero che i temi toccati nella lettera in chiave autobiografica delineano un’ecclesialità problematica sia a livello di Chiesa locale che cattolica latina.
Mi riferisco, in particolare, a due distinte questioni. Da una parte la disattenzione pastorale sulle dinamiche affettive, che continua a persistere nonostante l’enorme peso che di fatto esse hanno nella formazione del candidato al sacerdozio e nell’esercizio del ministero presbiterale. Non è assurdo che, mentre nel Nuovo testamento si celebra l’amore declinato in tutte le sue forme, nella prassi ecclesiale questo stesso amore sia come sterilizzato delle sue componenti emotive ed affettive? Faccio un solo esempio: la questione della difficile identità del prete gay, questione oggi tanto di moda perché ne parla sul quotidiano dei vescovi lo psichiatra di grido e non credente (il quale tratta di tutto dalla sua cattedra televisiva, dalla pedofilia al delitto di Cogne) è posta in realtà in maniera fuorviante. Il vero problema è che l’intera sfera affettiva è espulsa dalla mitologia ecclesiale della figura sacerdotale, sicché il singolo prete, omo o etero che sia, s’illude di poterla ignorare, finché non si trova a raccogliere i cocci delle sue catastrofi sentimentali.
La seconda delle principali questioni, strettamente connessa con l’altra, è quella del celibato obbligatorio, se sia ancora, o sia mai stata, una “legge giusta”. Io credo che l’organizzazione ecclesiastica romana, interamente architettata sulla legge del celibato ecclesiastico, poggi sul traballante fondamento di una “lex iniusta”, la quale, come agostinianamente si sa, “non obligat”, non ha intrinseca capacità di vincolare moralmente. Ponendo con una norma disciplinare, quindi di livello inferiore, in reciproca alternativa due scelte vocazionali che sul piano del diritto divino non lo sono affatto, l’obbligo del celibato ecclesiastico genera continuamente conflitti di coscienza e contribuisce a diffondere tra il clero fenomeni quali pedofilia, concubinato, conflitti d’identità sessuale.
Un abbraccio. Giampiero.
Gli argomenti di cui mi fai un breve cenno sono così particolari e delicati che non credo bastino poche righe per dire tutto ciò che si agita dietro. In realtà, conosco limitatamente il mondo dei sacerdoti e, non essendoci dentro, non posso permettermi più di tanto di fare critiche. Mi rendo, altresì, conto che, per chi invece ci vive, fare una scelta di questo tipo, che comporta farne un’altra e poi un’altra…, significa sacrificare una parte di sè (emozionale, sentimentale, sessuale, ecc.). Sacrifici che non sempre vengono ben valutati all’inizio; così, per chi è integrato nel sistema, la “sofferenza” è limitata; per chi è, invece, coerente con quelle che sono comunque delle esigenze primarie, il cammino diviene difficoltoso e irto di ostacoli. Senza guardare al mondo esterno, rimane il fatto che la Chiesa cattolica – legge ingiusta o meno che sia – ha fondato il sacerdozio sul celibato ed è una norma che non può essere sottovalutata. Non siamo protestanti ed i sacerdoti non possono sposarsi, per cui, sino a che la Chiesa non farà un passo nel futuro, anzi, nell’oggi, tale regola rimarrà valida. Ed allora? Allora si può fare tanto anche senza essere per forza un sacerdote ed essere completi anche nella vita quotidiana. So solo che avere due piedi in una scarpa sta un pò stretto a tutti. Per esperienza familiare, uno di questi sacerdoti “per forza” non ha avuto il coraggio di uscire fuori dal sacerdozio e costruirsi la sua vita familiare. Ha voluto entrambe le cose ed i danni sono stati irreparabili. Non discuto (anche perchè non insegno teologia e non conosco bene le argomentazioni di supporto alle teorie in questo campo) sul fatto che la Chiesa, in diversi argomenti, sembra essere rimasta ad un punto morto, se non arretrato, rispetto al cambiamento, anche troppo veloce, che la società sta subendo; però… è opportuno fare scelte coerenti con la propria coscienza, anche se sono apparentemente contro la legge vigente e, forse, contro tutti. Fare scelte che sembrano impossibili da attuare. Ed essere sicuri di ciò che si vuole non è da tutti; infatti, coloro che, per un motivo o per l’altro, decidono di svestirsi del ruolo sacerdotale, portano poi quest’abito con sè per tutta la vita.
«Rimane il fatto che la Chiesa cattolica – legge ingiusta o meno che sia – ha fondato il sacerdozio sul celibato ed è una norma che non può essere sottovalutata».
Richiamo la tua attenzione su due punti, che meritano di essere chiariti a dispetto del fatto che potrebbero apparire questioni secondarie, pedanti, da specialisti.
a. Il celibato obbligatorio dei preti non è esattamente una norma della Chiesa cattolica, ma della Chiesa latina. Esistono preti cattolici uxorati, il che dimostra che il celibato ecclesiastico è appunto, un dato di fatto non un fondamento.
b. Il celibato obbligatorio non è precisamente una norma, ma una discplina. E’ una forma di organizzazione di certe funzioni dentro certe comunità ecclesiali. E’ un po’ dura accettare che una risorsa sacramentale (cioè di diritto divino) della Chiesa venga imbrigliata dentro un’organizzazione canonica che (oggi) ne soffoca le potenzialità, solo perché “di fatto le cose stanno così” (Mt 15,6c; 23,4).
Scusa la mia poca conoscenza “normativa”. Parlo spesso per ciò che sento dentro. Intendevo, infatti, “norma” non in senso strettamente giuridico, ma in senso generale. Può anche essere pedante, ma, come dici tu, è giusto sottolineare le cose.
Comunque, di fatto, le cose stanno cosi e sono d’accordo con te: si è alla fine imbrigliati in un ingranaggio che può essere invece alleggerito e dare certamente frutti migliori.
Ma… nel frattempo, cosa si può fare nell’attesa di un… speriamo, cambiamento generale? Non credo che la Chiesa voglia, in realtà, o possa, cambiare alcunchè. E allora?
comunque nn penso che sono tutti i preti a nn essere contenti del loro stato clericale, in fondo in fondo è stata una scelta vocazionale e valutata, mica tutti i preti nascono per.. farsi santi
basta imparare ad essere modestamente, mai mestamente santi
La questione non gira attorno al celibato in sé ma al celibato ecclesiastico, cioè all’obbligo di castità perfetta che viene imposto al clero latino. Così come non è in discussione la santità come tale, né quella sacerdotale ma la sua identificazione con una “diversità” del prete rispetto ai “comuni cristiani”, i laici, ed all’identificazione di tale presunta eccellenza rispetto alla fondamentale uguaglianza battesimale con una gravosa rinuncia ad un diritto di ordine naturale (il matrimonio). Ciò ha fatto sì che la santità cristiana stessa, non solo quella del prete, venga vista spesso come incompatibile col matrimonio e l’esercizio della sessualità. Per non dire dell’abisso che questa concezione monastica del sacerdozio scava nella vita quotidiana ecclesiale tra clero e laici.
Ho vissuto in una famiglia dove c’erano sacerdoti e monache, uno di questi oggi è anche vescovo,inoltre,dalla materna alle superiori sono andata a scuola dalle suore…x fortuna mi è andata bene!Ovviamente scherzo! Personalmente, ho sempre ritenuto il celibato ecclesiale un’ingiustizia, perchè ho sempre avuto difficoltà a comprendere come sacerdoti e/o monache potessero consigliare, aiutare e confortare le coppie, le famiglie su ciò che non conoscono!La risposta che mi son data era:si parla x sentito dire!
Ma nel 2009 può bastare?Credo proprio di no!
Perchè la Chiesa non si pone domande?
Dare ai sacedorti e alle suore la possibilità di sposarsi, darebbe agli stessi una capacità di lettura della vita meno distaccata, perchè è questo che avviene da parte della Chiesa.Non si può non stare al passo con i tempi si rischia di fallire.Credo che Giovanni Paolo II, questo lo avesse compreso e avesse iniziato ad operare delle scelte al passo con i tempi.
Cosa teme la Chiesa me lo sono sempre domandata.
Difronte a situazioni gravi , non ho visto delle soluzioni ma un sotterrare, nascondere, sottacere.
Personalmente porterei dei cambiamenti, ovvero i giovani che hanno la “chiamata” devono interfacciarsi con i coetani e la società che lo circonda , almeno fino al compimento della maturità,in modo tale da avere una coscienza diversa. Ahimè solo ora la Chiesa accenna qualche argomento, solo perchè l’opinione pubblica è stata così incisiva che non si poteva star zitti (vd. sacerdoti gay e pedofili).Ma x quanto tempo si continuerà a fare gli struzzi non risoklvendo i problemi x paura?Vi abbraccio tutti in modo particolare chi è stato “costretto” a scegliere lo stato laicale dovendo rinunciare ad una vocazione!
Dato che è on line, si suscita il dibattito pubblico.
Riposto il passo
«Ecco alcuni punti sui quali il caro… è invitato a riflettere e progredire:
- segno d’intelligenza è non l’essere tenacemente attaccati al proprio giudizio ma saper considerare e tenere in conto anche le idee e le ragioni degli altri;
- accettare norme ed indicazioni di comportamento che vengono date da persone responsabili non è subire violenza dall’esterno, ma vivere nella Comunità ed evitare atteggiamenti singolari o stravaganti o talora pericolosi;
- le qualità e le doti che si possiedono devono essere sempre messe a servizio del ministero e mai fatte prevalere su di esso e sulle sue esigenze;
- la funzione di guida e di leadership va svolta con semplicità e modestia, procurando di mettere in mostra ed utilizzare le capacità degli altri.»
@Sebastian
Quali sono gli elementi di disvalore contenuti in questo “biglietto” e quali quelli di ingiustizia?
@giampi
Non ho colto il contesto.
Il contesto? Sì, ma cosa t’interessa sapere esattamente? L’occasione della lettera o altro?
@giampi
No quello che non capisco è la collocazione temporale. Se cioè con quella lettera volesse ricalcare gli “elementi da correggere”, dirimenti rispetto all’ordinazione o se invece – come ne lascia intendere il tenore intrinseco – volesse solo dare delle indicazioni per “governare” (non reprimere) “l’esuberanza”. Anche il «se avessi saputo … non … » non è chiaro nel tono, proprio in considerazione delle “pizzino” che lo segue. Per un estraneo ai fatti, come me, infatti, sembra più (auto)ironia che repimenda. Ma certo bisognerebbe concoscere il personaggio per capire.
Comunque era una domanda la cui risposta voleva essere per Sebastian, di cui non ho condiviso l’intepretazione.
@Giobbe
Sì, la collocazione temporale del biglietto di Pappalardo non è specificata evidentemente perché il destinatario poteva ricavarla tra le righe di quanto viene detto: «l’anno dell’ordinazione…», data che però nella lettera del giovane prete pubblicata qui viene omessa. Quando dice «…non ti avrei mai ordinato…» Pappalardo si riferisce evidentemente all’ordinazione diaconale. In altre parole, il biglietto del Cardinale è stato scritto nei mesi intercorrenti tra l’ordinazione diaconale e quella presbiterale del giovane prete. L’anno è il 1983. Tieni conto, ma credo tu lo sappia già, che l’ordinazione diaconale conferisce lo stato clericale. Tornare indietro, per dir così, richiederebbe una vera dispensa, quella stessa che il giovane prete sta chiedendo ora a parecchi anni di distanza, e Pappalardo non se la sente di bloccare una “carriera ecclesiastica”, per altro promettente, appena iniziata. Adesso dovrebbe risultare più chiaro anche il tono del “pizzino”, nel quale non credo vi sia ironia, né autoironia, bensì rammarico per quello che forse il Cardinale ritiene un proprio possibile errore di discernimento vocazionale nei confronti del giovane diacono che da lì a qualche mese dovrà (obtorto collo?) ordinare.
Da parte sua il giovane ha una visione della propria situazione di quegli anni completamente diversa, come si ricava dalle righe immediatamente precedenti:
«L’ultimo nostro anno di teologia fu particolarmente sofferto. Gli allievi furono, in maniera più o meno aperta, accusati dal Preside, Mons. Crispino Valenziano – una persona ossessionata dalla paura che la sua creatura potesse naufragare – di complottare contro la facoltà».
Probabilmente ritiene che questo Valenziano (una vera eminenza grigia, ti assicuro!) sia la “fonte” delle perplessità di Pappalardo nei suoi confronti.
Un abbraccio.
Calogero, hai letto bene. Il biglietto non contiene elementi di disvalore ed ingiustizia. Io non l’ho mai scritto.
@seb
from post nov 11, 2008
«LO TROVO ASSOLUTAMENTE INGIUSTO ED APPROSSIMATIVO se, oggi sei come prima.»
Non vedo in quel pizzino la giusta taglia ed il canale comunicativo da privilegiare nei confronti nè di Giampiero nè di nessun altro. Una misura extralarge più comoda e confortevole si sarebbe rivelata più profetica, veritiera ed incoraggiante per un giovane avvenente, esuberante e di belle speranze di allora come lui. Da quel che mi risulta, seppur indirettamente in questo contesto virtuale, i fatti stanno dimostrando che il card. Pappalardo è stato miope. Quel biglietto puzza di paracul_ismo e, commediante atteggiamento benevolo e protettivo geriatrico.
@giampi
facendo paro e sparo tra risposte e nick (indegnamente) attribuitomi
riesco a contestualizzare
@seb
se è lecito quanrio anni hai?
@ seb. + giampi
from seb: «Quel biglietto puzza di paracul_ismo e, commediante atteggiamento benevolo e protettivo geriatrico»
Oggi ho imparato di essere paraculo, ipocrita e vecchio (ma non saggio, even the nick!). Sottoscrivo il biglietto per sè.
@Giobbe-Calogero
Ho recuperato questo e un paio di altri tuoi commenti che erano finiti tra lo spam. Me ne scuso.
Ho vissuto in tre modi diversi le parole di quella lettera di Pappalardo, in tre diversi momenti della vita.
Venticinque anni dopo mi sento molto “Giobbe”. In questo autografo Pappalardo mi appare oggi uno che incarna un’istituzione assai consapevole di sé in un momento in cui il modello ecclesiale e presbiterale di cui era portatore godeva di un’autorevolezza indiscussa; ma nello stesso tempo questo modello mi appare oggi insicuro e sospettoso. Poi c’è il momento in cui la lettera di Pappalardo è stata citata nella richiesta di riduzione allo stato laicale. In quel momento, dopo la morte di Puglisi, quello stesso modello mi appariva smascherato nella sua inautenticità da un punto di vista di fede. In quel momento, con i limiti di quel modello ecclesiale messi a nudo in quel modo, con i problemi di tutta una Chiesa che si palesavano drammaticamente, mi appariva davvero pazzesco che per il capo di quella stessa Chiesa locale il problema stesse nell’intelligenza, o meglio nella resistenza che essa oppone all’assimilazione di un suo prete ad un certo modello ecclesiale.
Infine, il terzo momento, quando il biglietto fu scritto e ricevuto: ciò che mi colpì fu l’ennesimo “no”, vedersi rifiutare l’accoglienza per quello che si è, da parte di una certa Chiesa a cui profondamente senti tuttavia di appartenere.
@Calogero
Ho 45 anni
caro seb
bella sfiga, nn preoccuparti però puoi sempre invecchiare.
…..))))
Pensa per le tue di rughe, vecchia BEFANA!!
seb
il bisturi fa ancora miracoli..
ma nn preoccuparti la vecchietta si difende, anche da sola
)))……….
Non è Cristo la strada da seguire? La Sua vita non è l’esempio?
Sono daccordo con lauviaha. E’ Cristo da seguire. Ascolta bene maria stella, si segue Cristo, non i chirurghi plastici più gettonati del momento. Se non righi dritto, farai la fine di una mia amica. Ti racconto:
La ragazza era in ospedale per un banale intervento ma mentre è nel blocco operatorio vive una strana esperienza.. Vede Dio che le tende la mano…” è arrivata la mia ora.?” chiede. “No di certo, risponde Dio, ti rimangono ancora 43 anni, 20 giorni e 15 ore di vita ”
Rassicurata da queste parole la mia amica decide alcuni giorni dopo di sottoporsi ad alcuni interventi estetici : liposuzione su addome e cosce, lifting al viso, seno nuovo, collagene al labbro superiore, protesi per rialzare i glutei e si fa segare 2 costole per avere la vita piu’ sottile.
Esce finalmente dall’ospedale, inguaianata in un meraviglioso Balenciaga, tacchi a spillo, splendida e pronta per una nuova vita ancora molto lunga.
Quando, attraversa la strada e … wrooooommm…. viene messa sotto da un tir. Qualche attimo dopo si trova davanti a Dio e incredula fa: “Scusa, ma… non mi avevi detto che avevo ancora oltre 40 anni di vita..???”
E Dio, dall’alto della sua saggezza le risponde: “Cavolo… non ti avevo riconosciuta!!!!”
ih ih ih ih
Carina! Rispecchia bene la realtà – non realtà in cui siamo immersi
seb
raccontala tutta la tua amica aveva 80 anni per questo dio nn l’ha riconosciuta.
ma che fai .
per lauviha
per rosalba
in linea generale concordo
Sinceramente ho sempre pensato che il celibato dei preti Cattolici di rito latino sia uno sbaglio in quanto, se ci pensate bene, chi meglio di un sacerdote con una famiglia alle spalle può capire le dinamiche della stessa e aiutarla con la parola di Dio?
E’vero che chi ha fatto questa scelta è consapevole dell’obbligo del rispetto del celibato, ma penso che la chiamata di Dio come proprio discepolo può andare tranquiillamente di pari passo con la costutuzione di una famiglia Cristiana e spesso il celibato può diventare anche una forma di impedimento per molte persone a prendere i voti stessi!
L fede in nostro signore Gesù Cristo e la famiglia Cristiana sono la stessa cosa e non dovrebbero essere scisse l’una dall’altra.
Saluti John
Grazie per il contributo, caro John.
Una famiglia propria non potrebbe rappresentare una distrazione dall’attività pastorale a tempo pieno o, peggio, costituire la tentazione di tramandare di padre in figlio le prerogative sacerdotali creando così un vera e propria casta clericale ereditaria?
Beh, caro John: in passato, persino in presenza della ferrea legge del celibato non sono mancati fenomeni di nepotismo nella Chiesa di Roma. In certi periodi il papato è stato appannaggio di poche famiglie romane o italiane, perché nonostante la natura carismatica del sacerdozio cristiano, non sono mai mancate tendenze lobbistiche per il controllo del potere ecclesiastiastico.
Comunque…
Lei è un laico? È giovane, si è mai posto la problematica vocazionale?
Bè non penso che il dono sacerdotale possa essere tramandato di padre in figlio visto che la Chiesa e la fede non sono certo rettorati universitari!
Anzi, l’abolizione dell’obbligo di celibato può favorire nuove vocazioni spesso soppresse da questa scelta obbligata che secondo me può nel corso del tempo portare solo uan crisi delle vocazione già esistente come spesso afferma anche il parroco della mia chiesa!
Bè lo Stato Pontificio ormai non esiste da un secolo e mezzo, contrariamente ai rettorati inuversitari che si tramdandano ancora da padre in figlio e spesso senza alcuna forma di meritocrazia.
Laico è una parola che vuol dire tutto o niente anche perchè tranne chi veste gli abiti talari siamo tutti laici, diciamo allora che sono un cattolico!
Sì, sì, certo, acqua passata, non discuto, ci sono volut terremoti e rivoluzioni, ma come Dio ha voluto ce l’abbiamo fatta.
No, volevo solo chiederle se lei è prete, consacrato, o ha mai pensato di farlo, oppure se è sposato… Così per capire come lei personalmente si pone di fronte alla problematica
Perché insiste sul mondo universitario? È uno studente, uno strutturato nell’università?
Una buona giornata.
Preti sposati fra paure e silenzi
di Davide Romano
Facebook, martedì 12 maggio 2009 alle ore 20.13
Qualche tempo fa, ha fatto il giro del mondo la vicenda del presbitero veneto don Sante Sgutti, reo di aver confessato ai propri fedeli di avere da tempo una compagna e un figlio da lei, e per tale motivo sospeso dal suo vescovo «a divinis». Storia che ha avuto come prevedibile effetto anche quello di riaprire – con la leggerezza e l’approssimazione di sempre – il solito dibattito sul celibato ecclesiastico. Ma quello dei sacerdoti che gettano alle ortiche la tonaca per motivi «amorosi», nella Chiesa cattolica romana, è un problema che potremmo dire ormai più che secolare. E calcolarne il numero non è affatto semplice. Esistono cifre ufficiali, diffuse dallo stesso Vaticano, ma si tratta solo di numeri indicativi a causa dell’oggettiva difficoltà a reperire i dati. L’Annuarium Statisticum Ecclesiae che la Santa sede edita ogni anno, ad esempio, fornisce i numeri relativi alle defezioni del clero: il termine include anche coloro che hanno lasciato per motivi diversi dal matrimonio. Secondo l’ultimo Annuarium, nel 1998 si sono avute 618 defezioni di cui 31 nel nostro Paese. Un calcolo fatto dall’organo della Santa Sede, L’Osservatore Romano, nel 1997, confrontando i dati dal 1970 al 1995, ha ottenuto una cifra complessiva di circa 46 mila preti che hanno abbandonato il ministero nel solo arco di un quarto di secolo.
Secondo il canonista Vincenzo Mosca, sarebbero invece più di mille ogni anno le defezioni sacerdotali (diocesane e religiose) nel mondo. Ancora oggi, per ogni otto nuovi sacerdoti, almeno uno abbandona il ministero. I sacerdoti “laicizzati” viventi nel mondo, sempre secondo Mosca, sarebbero quindi più di 50 mila.
Non è d’accordo Mauro Del Nevo, presidente della associazione di presbiteri con famiglia «Vocatio», secondo il quale la cifra andrebbe addirittura raddoppiata. «Soltanto in Italia – dice – i sacerdoti coniugati sono da 8 a 10 mila e 120 mila in tutto il mondo».
I picchi di richiesta di dispensa dall’esercizio del ministero si sono avuti nel 1976-77, quando ne sono state inoltrate da 2500 a 3 mila. Attualmente se ne concedono da 500 a 700 l’anno. Negli ultimi anni sono aumentate quelle da parte dei sacerdoti ordinati da un solo anno, in alcune diocesi si raggiungerebbe addirittura una percentuale del 50 per cento.
Ma dietro alle discussioni sui numeri spesso si celano storie di sofferenza causate da una dura lex canonica a cui sembra si sacrifichi volentieri l’uomo e non viceversa.
«Quando sono andato dal mio vescovo per dirgli che mi ero innamorato e che volevo lasciare il ministero, lui mi ha risposto che per bere un bicchiere di latte non era necessario mettersi una capra in casa. Allora ho capito che la mia compagna era la cosa più pulita che mi fosse rimasta». Ha voglia di raccontare e raccontarsi Paolo, ma a patto che il suo vero nome non venga fuori. «Se sanno che ho parlato con un giornalista – spiega – mi tolgono la cattedra di religione che mi hanno dato per vivere, dopo che ho lasciato il ministero».
Come lui, anche gli altri preti sposati, incontrati in un viaggio in una sorta di Chiesa clandestina, hanno accettato di parlare, con l’unica eccezione di soli tre casi, sempre con la condizione che non venisse fatto il loro nome e che non fossero resi riconoscibili dalle storie che raccontavano. Perché hanno paura delle ritorsioni da parte della gerarchia. Sembrerebbe che una “certa” cultura si sia insinuata anche nei rapporti fra pastori e sudditi. Ci sono anche numerosissimi casi di vescovi che seguono con particolare attenzione le vicende dei sacerdoti che smettono la tonaca.
Ma i preti sposati nelle città ci sono e dicono pure messa nelle loro case. Le chiamano «chiese domestiche», con tanto di fedeli e sacramenti, compreso il battesimo e la confessione. Alcuni di loro concelebrano anche, ma con discrezione, nelle parrocchie di presbiteri amici. Eppure pochi sanno che esistono e non se ne parla mai sui mezzi d’informazione cattolici, naturalmente.
«Quando te ne vai – dice uno di loro – in mano ti trovi solo una laurea in teologia, un titolo che lo Stato non riconosce neppure. E, con la tua nuova situazione, spesso con un bimbo in arrivo, magari a quarant’anni suonati, non puoi fare lo schifiltoso. Accetti le loro condizioni e ti metti in un angolo. Perché è questo quello che vogliono: che tu scompaia».
In genere, infatti, le cattedre vengono assegnate in diocesi vicine dove non sono conosciuti. Ma non tutti ottengono l’insegnamento.
«Dipende – spiega Salvatore – dalla rapidità con la quale ottieni la dispensa per sposarti, perché, finché il processo canonico non si chiude, non puoi fare nulla. Io, ad esempio, ho fatto i lavori più umili per diversi anni perché la mia richiesta non era “spinta” a Roma da nessuno. E poi dipende anche dal vescovo perché è lui che patrocina il tuo caso e, se non siete in buoni rapporti o non ti stima, ti devi rassegnare e cambiare aria».
Ma ci sono anche quelli che non ci riescono ad attendere i tempi, è il caso di dirlo, biblici, circa dieci anni, e che perdono la fede o cambiano Chiesa.
È il caso di Mauro che, dice lui, in un momento di disperazione è diventato pastore in una Chiesa protestante.
«Quando sanno che hai abbandonato il ministero – racconta – sono i primi ad aprirti le porte». Adesso Mauro è rientrato nella Chiesa cattolica, ma è considerato un apostata e i tempi del suo processo si stanno sensibilmente allungando.
Fausto ha 37 anni, e ha lasciato l’abito dopo un solo anno dall’ordinazione. È sposato con una fervente cattolica. Ma solo in municipio: davanti a Dio non può, perché aspetta da anni una dispensa papale che non arriva mai. Vive con sofferenza l’impegno che profonde con la moglie in parrocchia. Sono peccatori e non possono accedere ai sacramenti. Neppure alla confessione: per la Chiesa, chi si sposa davanti al sindaco è un concubino.
Don Franco Maggiotto, 70 anni, sposato da più di trent’anni, vive ad Alpignano, vicino Torino. «Innanzitutto – esordisce – rifiuto decisamente la qualifica di ex prete. Al momento della mia ordinazione, mi hanno ripetuto fino alla nausea che sarei stato sacerdote in eterno. Sono prete, non ho mai smesso la tonaca, e sono felicemente sposato». Non ha ovviamente alcun rapporto con la curia vescovile di Torino, ma a lui questo non importa. È animatore di tre comunità di base, una a Finale Ligure e due in provincia di Torino. Ha rotto con la chiesa ufficiale dopo una drammatica esperienza vissuta da un suo confratello verso la fine degli anni 60. Un prete si innamorò perdutamente di una giovane donna. Per le pressioni e le violenze subite da entrambi, questo prete si impiccò e la ragazza impazzì.
«Per me – racconta don Franco – fu un’esperienza terribile che mi portò a rifiutare un modo di intendere il sacerdozio antiumano, non biblico, perché in realtà proibisce all’uomo di incontrare l’altro. Nella Bibbia si afferma che “Non è bene che l’uomo sia solo”, sono le gerarchie cattoliche ad essere nell’errore non i preti che si sposano». Ma la critica di don Franco si accentra principalmente su quello che lui definisce “il sistema platonico”, quel sistema che, rinchiudendo l’uomo su se stesso, ne impedisce appunto l’incontro con l’altro e quindi gli fa negare l’essenza stessa del messaggio di Cristo, facendolo diventare pedofilo oppure omosessuale. «Questa realtà – afferma don Franco – la si può toccare nell’elevato numero di preti gay o pedofili di cui in Italia non si parla, ma che riempiono le cronache giornalistiche di altre nazioni».
Paolo Falcone è un prete sposato della diocesi di Roma. «Spesso nei discorsi tra vescovi e preti sposati – ricorda – si sente dire “continua a pregare, ti ricordo nelle mie preghiere, il Signore ti accompagni” e via con altre balle spaziali. Una cosa che non si sente mai è “ti aiuterò per i tuoi diritti, parlerò della tua situazione economica al commercialista o all’economo della diocesi, tutelerò i tuoi diritti acquisiti…”». «Io per lo meno – sottolinea – sono stato abbandonato completamente. Sono stato nel ministero dal 1988 al 1996. Poi dopo tre anni di esercizi spirituali, senza una storia, sono venuto via dal ministero pastorale. Nessuno che mi abbia dato nessuna possibilità. Dopo un po’ scrissi a tutti i cardinali residenti a Roma chiedendo di aiutarmi a sopravvivere. Mi dissero che non conoscevano nessuno, che non avevano nessuna possibilità nemmeno di ascoltarmi e che comunque avrebbero pregato per me». «Dopo anni di stenti e ancora grosse difficoltà – aggiunge -, sto vivendo un momento con mia moglie abbastanza sereno, anche se sempre sul “trapezio”. Vorrei chiedere a chi conosce meglio questa realtà, se esiste un modo per avere i contributi previdenziali e i versamenti del Tfr previsti dalla legge italiana». «Ho un grande sogno – confessa -, costituire un sindacato preti sposati per iniziare una trattativa con la Cei per chiedere i nostri diritti maturati e avere per lo meno il trattamento di fine rapporto, oppure iniziare una serie di vertenze al giudice del lavoro visto che alla chiesa gerarchica abbiamo dato i migliori anni della nostra vita e abbiamo ricevuto “calci in faccia” e belle parole».
Ma ci sono anche le donne dei preti: le «tentatrici», le «rivali di Dio». Come le ha chiamate qualcuno. Rosa è una libera professionista, affermata e stimata, ha un fidanzato col quale progetta di sposarsi, ma quando era ancora una studentessa ha avuto una storia con un giovane prete.
«Un giorno, però, ho scoperto che aveva anche altre ragazze, cinque o sei – ricorda -. Poi è scoppiato lo scandalo subito coperto dalla Curia. Lo hanno mandato fuori a meditare e studiare, poi è tornato qui a continuare quello che faceva prima, adesso so che l’hanno spedito per punizione a fare il vice parroco in un’altra diocesi. Tutto questo mi è servito a capire che certi uomini non pagano mai per i loro errori, a patto però che siano ecclesiastici».
Già non molto considerate all’interno della Chiesa, le donne che si innamorano dei preti vengono spesso maltrattate.
È il caso di Gianna, sposata, un marito lontano, e due figli già grandi, che ha commesso l’errore di aspettare un bambino da un parroco di frontiera. Lui ha improvvisamente scoperto la vocazione missionaria, e per questo è stato spedito in America Latina, mentre lei si è trovata a gestire da sola una situazione drammatica. La Curia è intervenuta per darle una mano soltanto quando lei ha minacciato di fare scoppiare lo scandalo. Prima l’avevano liquidata come «pazza».
Situazione simile a quella di Laura che, stanca di essere relegata al ruolo di amante con un bambino di pochi mesi da crescere, un giorno ha preso «il frutto del peccato» e lo ha portato nella chiesa dove il suo lui celebrava. Vedendolo così solenne e ieratico che benediceva, racconta, non ce l’ha fatta più ed è esplosa. Com’è finita? Il reverendo, notissimo teologo di orientamento progressista, è andato a insegnare in una prestigiosissima istituzione accademica ecclesiastica in un’altra città, a lei è stato promesso un “sostegno” purché tacesse. Situazione che ha accettato ma, commenta, con il cuore davvero a pezzi. Storie di sofferenza, quindi, di umiliazioni e di abbandoni che raramente approdano alle pagine dei giornali o all’attenzione dei media in un Paese, l’Italia, in cui la Chiesa cattolica ha un enorme potere come in nessun altro oggi.
È vero, ammette il teologo e storico della Chiesa don Francesco Michele Stabile «il problema è che non se ne parla perché a “certe cose” non bisogna neppure far cenno se non nel chiuso delle Curie. I vescovi, infatti, non comunicano in Vaticano nemmeno i numeri degli abbandoni. E quelli che lasciano vengono ridotti al silenzio ed emarginati».
Basterebbe, suggerisce Giovanni Franzoni, ex abate benedettino e uno degli indiscussi protagonisti del rinnovamento conciliare nella Chiesa, «ritornare alla semplicità evangelica d’altronde applicata senza problemi dalle Chiese Orientali, dai Protestanti e persino dai cattolici della chiesa romana di rito orientale: il prete deve avere la libertà di vivere la propria vocazione di servizio o nel celibato scelto liberamente o nel matrimonio. L’amore umano non è concorrenziale all’amore per Dio».
A conferma di ciò, scorrendo i dati relativi alle defezioni degli ultimi anni, salta subito all’occhio l’assenza di abbandoni nella piccola ma antichissima eparchia greco-cattolica di Piana degli Albanesi, in provincia di Palermo, in Sicilia.
«Noi seguiamo la consuetudine della Chiesa dei primi secoli e di quella Ortodossa – spiega l’eparca Sotìr Ferrara. In dieci anni di episcopato, non ho mai avuto un prete che lasciasse perché da noi possono diventarlo anche gli uomini sposati. Anzi, questi, come dice esplicitamente San Paolo, sono anche i migliori presbiteri perché più realizzati umanamente e affettivamente più sereni. La Chiesa latina, invece, nonostante l’emorragia continua di chierici, si ostina a mantenere una legge che è solamente umana e che non ha nessun fondamento né nel Vangelo né tantomeno nella Tradizione».
In verità, una speranza in passato si era intravista quando il primate d’Inghilterra, il cardinale Basile Hume, recentemente scomparso, aveva proposto allo stesso Papa di concedere, in occasione del giubileo dell’Anno santo del 2000, “un’amnistia verso i preti sposati” riammettendoli al ministero. Il porporato inglese aveva presente la situazione, che costituiva quasi un precedente giuridico, di numerosi preti passati dalla Chiesa anglicana a quella cattolica con tanto di moglie e figli. La richiesta però era stata fatta cadere nel vuoto.
Benedetto XVI ha approvato in questi giorni una modifica del codice di diritto canonico che affida ora al vescovo il potere di richiamare il prete che vive in situazione di concubinato e di ridurlo allo stato laicale anche se quest’ultimo non lo richiede.
«E’ un primo passo per per rimediare a gravi ingiustizie e porre fine all’ipocrisia di notorie “doppie situazioni”», dice sul quotidiano La Stampa (6.6.09) Gianni Gennari, il vaticanista ex prete, sposato dal 1984 dopo aver ottenuto la dispensa.
«La Chiesa ha tempi lunghi ma cresce al suo interno il desiderio di abolire il celibato ecclesiastico», conclude Gennari.
@Gennari
L’articolo della Stampa non dice molto (vedi qui sopra il mio primo commento del 7 giugno), ma devo rispondere a Gennari che la norma, messa in questi termini, mi pare inapplicabile.
Se ho ben capito non ogni violazione della castità provocherebbe la risposta disciplinare in questione, ma solo una violazione di fatto delle promesse celibatarie. ll celibato ha questo di impagabile: è giuridicamente chiarissimo. Il concubinato è invece quanto di più ambiguo possa stabilirsi nella relazione tra due persone. Ma che dovrebbe fare il vescovo, dare ascolto alle chiacchiere della gente, assoldare detectives per indagare nella vita privata dei suoi preti…? E se fosse il vescovo stesso in una tale situazione? Com’è possibile dimostrare una situazione di concubinato? Come distinguerla da una relazione occasionale? E perché il concubinato andrebbe punito con la riduzione ex officio allo stato laicale e non invece un’abituale promiscuità con partners diversi? Se c’è differenza tra le due situazioni, direi che sarebbe moralmente preferibile la prima. Per non parlare delle convivenze omosessuali, che continuerebbero a sfuggire e a provocare disparità di trattamento.
Insomma, credo che, alla fine, risulterebbe premiato chi si camuffa meglio, chi riesce meglio nella non difficile arte del mimetismo, chi è più abile ad occultare le proprie situazioni irregolari. E dove sarebbe la novità?
Una maggiore equità può aversi in un solo modo: abolendo il celibato obbligatorio. Bisogna avere il coraggio di fare la cosa giusta.
Forse perchè il prete cattolico ha tradito una promessa e l’anglicano no?
@Seb
Ciò avverrebbe per esser venuti meno alla promessa di celibato, dici? Uhm…
Vediamo un po’.
La promessa di celibato è compiuta dai candidati al diaconato immediatamente prima di ricevere l’ordinazione. Ciò indicherebbe che il celibato è essenziale per l’accesso agli ordini sacri, almeno nella disciplina latina, e dunque che tu avresti ragione. Ma dal Vaticano II in poi non è più così: i candidati al diaconato, se uxorati, possono ugualmente ricevere il sacramento dell’Ordine. Il diaconato, infatti, non differisce dal sacerdozio e dall’episcopato per essenza, ma solo per grado: tutti e tre gli ordini insieme configurano il medesimo sacramento. Dunque non c’è nulla in più o in meno nell’essenza del diaconato che possa giustificare una sua speciale disciplina. Non rimane che la volontà del legislatore, il quale certamente tiene in conto motivi tradizionali e di opportunità pastorale. Il vescovo latino, insomma, è canonicamente obbligato a scegliere i candidati al sacerdozio tra i celibi, anche se in linea teorica potrebbe scegliere anche tra i coniugati, come dimostra il fatto che esistono diaconi uxorati.
A cosa viene meno esattamente, dunque, chi viola la promessa di celibato? La regola disciplinare sembra essere questa: l’ordine sacro ti conferma nello stato di vita, uxorato o celibatario, in cui ti trova. Anche su questo si può discutere perché un cambio nello stato di vita del ministro ordinato non può cambiare l’essenza del sacramento; possiamo essere davanti ad un’irregolarità, non necessariamente a una causa dirimente. In altre parole, la risposta discplinare dovrebbe guardare al tipo di irregolarità in questione, prima di ridurre allo stato laicale, non semplicemente al fatto che uno stato di vita precedente all’ordinazione sia cambiato o che una promessa è stata infranta. Ad esempio: è certamente cosa diversa che un prete sposato divorzi e acceda a nuove nozze, rispetto ad un prete celibe che chieda di sposarsi in prime nozze.
Allora? Visto che l’oggetto di un’eventuale mancanza di fedeltà alla promessa celibataria non è necessariamente in insanabile conflitto con l’essenza del sacramento dell’Ordine, come si spiegano secondo una misura di giustizia queste disparità di trattamento disciplinare di situazioni peraltro identiche? Infatti, ministri sacri uxorati esistono già nelle comunità cattoliche. Non mi riferisco solo ai diaconi cosiddetti “permanenti” (figura di ministro, sia detto chiaro, che non esiste nella tradizione: un diacono “permanente”, cioè che non possa mai diventare presbitero o vescovo è come dire un elefante nano). Mi riferisco ai presbiteri delle comunità cattoliche di rito greco, oppure appunto ai preti anglicani passati, armi, bagagli e famiglie, al clero cattolico.
Credo che non resti che una risposta: il Papa considera questi preti anglicani dei convertiti: il valore della loro salvezza eterna è preminente rispetto ad ogni altra considerazione. Il cattolico che lascia il sacerdozio non rischia la salvezza eterna, l’anglicano che rimane tale, sì: meglio uxorato, dunque, che dannato! Al di là dell’ottima intenzione, che non discuto, mi domando: che immagine di rapporto ecumenico tra Chiese abbiamo in mente, se le stesse differenze disciplinari possono partecipare e, alla fine, rinforzare la linea di confine tra salvezza e perdizione?
Beh si, suoi preti anglicani meglio uxorati che dannati ci avevo pensato pure io, in realtà. E’ un atteggiamento giustificabile classico della Chiesa cattolica allargare le braccia più possibile ai fini della salvezza di più uomini possibile. Non potrebbe fare altrimenti secondo la sua logica.
Sulla questione prete celibe evidentemente la tradizione ha la supremazia su tutto il resto e, non tollera un cambio dello stato di vita che evidentemente colloca nel girone degli sconfitti, dei perdenti, di chi non è stato capace di durare fino in fondo come, il Cristo che si è immolato fino alla morte. Si, perchè immagino poi, che il termine di paragone sarà quello, probabilmente.
Direi abbastanza crudele… quando, indiscutibilmente non esiste cosa migliore e “divina” dell’amore fra gli uomini chiunque essi siano. Ce ne fosse, e tanto!
In ambito ecumenico mi trovi daccordo. Ma la Chiesa non perde mai l’occasione di porsi sempre e comunque un gradino al di sopra delle altre confessioni religiose. Ci vuol umiltà e servizio, non supremazia ed arroganza.
Al Vesak ho cercato e voluto l’incrocio degli sguardi in preghiera con un monaco buddista. Io e lui. Ci siamo capiti intelligentemente al volo in meno di 10 secondi. Questo perchè ci siamo posti ambedue spontaneamente all’ascolto l’uno dell’altro con estrema umiltà (senza neanche capire una parola di ciò che recitava); esattamente come 2 bambini. Una serenità fiabesca ha pervarso me e sono sicuro anche lui, la sua mimica facciale mutava parallelamente alla mia. Ci siamo voluti bene di un amore puro. Che meraviglia. Penso sia questa la strada da seguire, poi il resto verrà da se.
Saluti.
Se c’è una cosa che questa vicenda dei preti anglicani passati al clero cattolico con tutta la famiglia dimostra è proprio che lo spirito vero del cattolicesimo non è mai stato quello di misurare la fedeltà a Cristo con la coerenza formale ad una sia pure venerabile tradizione, come il celibato. Il Vaticano II dimostra che dello spirito del cattolicesimo fa parte un ideale di serietà sulle regole che la comunità ecclesiale si è data nel tempo ma anche una capacità di riconoscere la differenza tra le proprie regole e la somma misura della giustizia, cioè l’amore di Cristo.
Un fatto che non si può ignorare è che il celibato obbligatorio è norma di diritto umano, non divino; non porta in sé nessuna necessità in ordine alla salvezza, ma solo considerazioni di prudenza e opportunità pastorale.
Perciò sono certo che la Chiesa saprà prima o poi mettere mano anche su questo punto disciplinare di enorme importanza per una serena crescita delle comunità ecclesiali cattoliche.
Dimmi un pò, in tutta onestà e coscienza, da uomo a uomo. Tu, avendone la possibilità, ci torneresti a fare il prete, ovviamente conservando lo stato di vita in cui ti trovi?
Mi sembrerebbe il caso di sentire anche il parere della gentile signora candidata presbitera, non credi?
In ogni caso penso di no (lutto elaborato).
Bon.
L’ho sempre sostenuto che i migliori preti sono quelli spogliati.
«Non smetteremo mai di raccontarlo, perché nessuno possa mai dimenticare di quanto sarebbe bello se per ogni mare che attraversiamo ci fosse un fiume per noi.
E sulla sua corrente posarci con la leggerezza di una sola parola.
…Sarebbe dolce la vita, qualunque vita, e le cose non farebbero male, si avvicinerebbero a noi come portate dalla corrente.
Si potrebbero prima sfiorarle, poi toccarle e solo alla fine farsi toccare, farsi ferire anche, morirne anche, perché no?
Ma tutto sarebbe finalmente umano. Basterebbe la fantasia di qualcuno, un padre, un amore, qualcuno…
Lui sì che saprebbe inventarla, una strada, qui, in mezzo a questo deserto, in questa terra che non sa più sognare.
Una strada clemente e bella.
Una strada da qui al mare»
(A. Baricco)
Dedicata a Maria Teresa, che me l’ha dedicata.
@ Giampi
Eppure qualcuno su questa terra sa ancora sognare e crederci così tanto da realizzarli, questi sogni. E se la strada ci è aperta da qualcuno che crede in noi e che ci aiuta a spianare la strada… ben venga! La vita è come un fiume impetuoso, dolce e forte allo stesso tempo: devi seguirne la corrente ed avere fiducia in essa ed in Chi la guida.
Buona domenica a tutti
Cara Rosalba,
Per una strana coincidenza il 18 giugno sul quotidiano “la Repubblica” sono usciti due articoli. Uno, a firma di Eugenio Scalfari, è un colloquio-intervista con il Card. Martini sul suo libro “Siamo tutti sulla stessa barca”, recentemente uscito in collaborazione con don Verzè. In questo libro Martini ritiene praticabile una via di misericordia nei confronti delle coppie di divorziati risposati secondo il rito civile (vedi: http://terradinessuno.wordpress.com/2009/02/27/sullestraneamento-della-chiesa-dalla-societa-contemporanea/#comment-5318
L’altro è un semplice trafiletto, che riporto qui di seguito:
«E il cardinale porta al Papa la petizione contro il celibato
Repubblica — 18 giugno 2009 pagina 22 sezione: CRONACA
CITTÀ DEL VATICANO – Sul celibato sacerdotale il Papa non fa marcia indietro perché, avverte, chi serve Dio deve sempre avere come «modello» la figura di Gesù Cristo che non si sposò. Lo ha ribadito Benedetto XVI a uno dei suoi più stretti collaboratori, il cardinale di Vienna Christoph Schoenborn, inedito latore di una petizione di un gruppo di autorevoli cattolici austriaci favorevoli – tra l’ altro – al sacerdozio femminile, ai preti sposati e all’ abolizione del celibato per i preti. Del documento – che Schoenborn si limita solo a portare in Vaticano senza condividerne il contenuto, come lui stesso precisa alla Radio Vaticana – si è discusso il 15 e il 16 giugno nella riunione che Ratzinger ha tenuto con i vescovi austriaci. «Il Santo Padre – ha rivelato il porporato – ci ha molto colpito sul celibato, che in Austria, e soprattutto nella regione di Linz,è un tema molto ‘ caldo’ . Ha detto che la questione, in fondo, è se crediamo che sia possibile e che abbia senso vivere una vita fondata solo e soltanto su una cosa, Dio, e seguendo solo la figura di Cristo». E la risposta di Ratzinger è stata netta e inequivocabile, sostenendo che è giusto che «il servizio che i preti svolgono per Dio assuma una precisa forma di vita, il celibato, come lo ha inteso Gesù». Posizione che lo stesso Papa rilancerà nell’ anno sacerdotale che inizia domani. -».
Fin qui la notizia. Secondo il Card. Schoenborn, il Papa avrebbe dunque detto che la posta in gioco sul celibato ecclesiastico è «se crediamo che sia possibile e che abbia senso vivere una vita fondata solo e soltanto su una cosa, Dio». Occorre dunque una certa cautela, non trattandosi di parole del papa, ma solo un suo pensiero riportato da altri. Per comodità di ragionamento diamo tuttavia per garantito che le parole di Schoenborn corrispondano effettivamente all’intenzione del papa.
La prima riflessione è che nella Chiesa attuale convivono i Martini e i Ratzinger. “Solo uno dei due è papa”, sento già obiettare qualcuno.
La seconda riflessione: cosa c’entra “la possibilità e il senso di una vita fondata solo su Dio” col carattere OBBLIGATORIO del celibato ecclesiastico? La questione non tocca direttamente il celibato, ma il fatto che un vescovo non possa scegliere i propri preti ANCHE tra uomini sposati, neppure se diaconi. Non si tratta di vietare a nessuno la scelta celibataria bensì di permettere l’accesso al sacerdozio a chi ha fatto la scelta coniugale. Penso si possa dire che “il senso di una vita fondata su Dio” risulti più evidente in un contesto di scelte che di obblighi.
La terza riflessione: Solo il celibe esprime esistenzialmente “la possibilità e il senso di una vita fondata solo su Dio”? Ciò non implica una inadeguata considerazione della vita matrimoniale, che pure, a differenza del celibato, è dichiarato sacramento da Cristo stesso?
La quarta riflessione: Legare così strettamente l’idea di una vita fondata esclusivamente su Dio al celibato non introduce inevitabilmente una discriminazione di dignità all’interno del sacerdozio stesso, facendo dei diaconi o dei preti uxorati, che esistono già nella Chiesa cattolica, dei sacerdoti di serie B?
La quinta e ultima riflessione: Visto che (ad onta del fatto che Gesù conduce, secondo i vangeli, uno stile di vita laicale, non certo sacerdotale) la scelta di vita celibataria nello stato laicale è ormai una rarità e viene ormai fatta solo in vista del sacerdozio o della consacrazione, “la possibilità e il senso di una vita fondata solo su Dio” è ormai da considerarsi qualcosa di riservato al clero? Il laicato cattolico dovrà rassegnarsi a considerare se stesso una forma imperfetta di vita cristiana?
Ci verranno mai delle risposte convincenti? Continuiamo a sperare.
Mistero buffo.
Perché un prete anglicano che volesse diventare cattolico non deve rinunciare alla famiglia, mentre un prete cattolico che volesse tenersi la famiglia deve rinunciare ad essere cattolico?