Shoah: Cinque domande e una risposta sullo sterminio (per non dimenticare)

Pio XII sapeva della Shoah, anche la potente lobby degli ebrei americani e la Croce Rossa sapevano: perché non hanno parlato?

Roosevelt, Stalin e Churchill sapevano, perché non hanno attaccato militarmente le infrastrutture dei campi di sterminio?

Giovanni Paolo II: Perché la Provvidenza ha concesso al nazismo tredici anni e al comunismo sovietico settanta?

Un rabbino: Dov’era Dio mentre il suo popolo veniva sterminato?

Una sopravvissuta polacca: Dov’era l’uomo?

Cimitero degli ebrei morti nei campi di sterminio nazisti. Berlino.

 

Tutte le risposte, forse, in una ben nota tesi della storiografia ebraica, secondo la quale Hitler combattè contemporaneamente due guerre: una contro gli ebrei, l’altra contro il resto del mondo. Fino alla fine si consolò della disfatta pensando alla totale eliminazione degli ebrei come il suo vero successo. Fu l’impiego di enormi risorse di uomini, mezzi, infrastrutture, materiali per portare a termine lo sterminio, che finì con l’indebolire lo sforzo bellico della Germania contro gli Alleati. E’ temerario pensare che il sacrificio di sei milioni di ebrei, in definitiva, abbreviò il conflitto mondiale, risparmiò all’Europa immensi sacrifici, salvò la vita a molti milioni di persone, ottenne la salvezza della stessa Germania dalla totale estinzione e forse preservò dalla scomparsa la stessa civiltà cristiana e la cultura dei diritti in Europa?

 

Per le sue premesse, per le sue molteplici cause e per il concreto svolgersi degli eventi, sappiamo e constatiamo, dunque, che l’Olocausto fu una disfat­ta della intera civiltà occidentale e uno dei peggiori baratri della coscienza del­l’umanità in tutta la sua storia.
(da M. Cattaruzza, M. Flores Simon, L. Sullam, E. Traverso, Premessa, Storia della Shoah: per non dimenticare, Berna, Siena, Venezia, Parigi giugno 2005)

“Fu trafitto a causa delle nostre colpe. Il castigo che ci rende la pace fu su di lui e per le sue piaghe noi siamo stati guariti”

(Isaia, 53,5)

3 Responses to “Shoah: Cinque domande e una risposta sullo sterminio (per non dimenticare)”

  1. mmm… giampiero non ne sono molto informato ma questa non è la teoria dei tempi messianici di stampo sionista secondo cui il moderno stato di Israele non si altro che il raggiungimento del popolo eletto dei suddetti tempi messianici non più identificati con una persona singola (come noi in Gesù Cristo - il messia appunto-) ma con un periodo storico che vive il popolo d’israele ?

  2. Il dubbio cristiano sul popolo d´Israele

    GAD LERNER

    Destreggiandosi invano fra la luce e le tenebre, un infelice artifizio dialettico rivela oggi agli ebrei che la Chiesa cattolica non può smettere di additarli come popolo anomalo, un´imperfezione da sanare.
    Avendo elevato la lotta contro il relativismo a priorità del suo magistero, Benedetto XVI deve anzi ribadire con forza quell´imperativo – la conversione degli ebrei - che i suoi predecessori avevano deciso di mettere in sordina.
    Da mezzo secolo, ormai, la Chiesa s´interroga su quanto sia lecita teologicamente una svolta relativista a proposito della conversione degli ebrei. Fondamento di dottrina che si richiama a San Paolo e da cui, per oltre diciannove secoli, trassero alimento la diffidenza e il disprezzo nei confronti del popolo della Bibbia, colpevole di negare la divinità di Cristo. Se di nuovo quel proposito di correzione-conversione viene ribadito come elemento decisivo della fede cristiana, sarà difficile farlo coesistere con la ricerca dell´amicizia in uno spirito di riconciliazione.
    Lo rivelano le modifiche testuali, solo in apparenza attenuative, disposte dal Vaticano nel messale del rito tridentino per il venerdì santo, quello da cui nel 1959 Giovanni XXIII eliminò l´odioso riferimento alla perfidia ebraica. Al posto della preghiera per il “popolo accecato” perché “sia strappato alle tenebre”, oggi il Vaticano formula un eufemistico auspicio: “Preghiamo anche per gli ebrei, affinché Iddio Signore nostro illumini il loro cuore e riconoscano Gesù Cristo come Salvatore di tutti gli uomini” (i corsivi sono miei).
    Non è piacevole essere oggetto di una tale speciale attenzione, risparmiata ad altri popoli. Poco cambia, evidentemente, che i riferimenti all´accecamento e alle tenebre vengano sostituiti dall´augurio di illuminazione e dalla speranza di riconoscimento. Questa nuova preghiera che confida in una provvidenziale folgorazione degli ebrei – che finalmente desistano dall´errore - adegua l´argomento con cui numerosi santi e dottori della Chiesa definirono gli erranti come “popolo maledetto”. Un insulto rimosso, quest´ultimo. Ma potenzialmente implicito nell´attesa di una resipiscenza ebraica, condizione indispensabile per la Salvezza di tutte le genti alla fine della storia. Prima o poi è necessario che gli ebrei, per quanto rispettabili nella loro ingiustificata ostinazione, riconoscano la Verità che pure duemila anni or sono fu rivelata sotto i loro occhi, nella loro terra.
    Per secoli la Chiesa ha preteso di rappresentarsi come “la nuova Israele”. Fu Giovanni Paolo II, sulla scia del Concilio, a sconsigliare l´uso di questa espressione tipica di una teologia sostitutiva per cui l´Alleanza del Monte Sinai sarebbe invalidata e soppiantata dalla Nuova Alleanza. Dunque coloro che non vollero riconoscerla sarebbero per questo condannati al disprezzo, fin tanto che non si convertiranno.
    Si spiegano così la protesta e la pausa di riflessione annunciate dall´assemblea rabbinica italiana nel dialogo con la Chiesa di Roma. “Vengono meno gli stessi presupposti del dialogo”, ha rilevato il suo presidente Giuseppe Laras. Il Vaticano, infatti, non aveva alcuna necessità immediata di introdurre questo nuovo testo, visto che già nel 1970 Paolo VI l´aveva completamente modificato la preghiera del venerdì santo, limitandosi all´augurio, ben diverso, che il popolo ebraico sia fedele alla sua Alleanza.
    E´ interessante ricordare che lo stesso Paolo VI –come confermano suoi appunti scritti- nel 1964 restava contrario a una dichiarazione conciliare sul popolo ebraico nella quale mancasse un riferimento all´imperfezione e alla provvisorietà della sua condizione, visto che “tale speranza è esplicitamente espressa nella dottrina di S: Paolo sugli ebrei”. Papa Montini preferì allora custodire nell´intimo tale convincimento. Un anno dopo vide la luce la “Nostra Aetate” con cui la Chiesa scagionava gli ebrei dall´accusa di deicidio, senza riferimento alla necessità della loro conversione.
    Da allora molto cammino si è compiuto, allietato da storici gesti di riconciliazione e promesse d´amicizia. Ma la Chiesa cattolica fatica a compiere il passo più difficile nei confronti degli ebrei: l´elaborazione di una nuova teologia che archivi definitivamente la teologia sostitutiva.
    Non a caso, per motivare la scelta vaticana di riproporre –così infelicemente modificato- il messale in vigore nel 1959, il cardinale Kasper s´è richiamato alla dichiarazione “Dominus Iesus” pubblicata nell´agosto 2000 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede presieduta da Joseph Ratzinger. Riaffermando solennemente che non vi sono altre vie d´accesso alla Verità e alla Salvezza al di fuori di Gesù Cristo, la “Dominus Iesus” giunse come una doccia fredda a ridimensionare, sei mesi dopo, i “mea culpa” del Giubileo. La centralità di fede della conversione degli ebrei tornava così tema prioritario, e pietra d´inciampo, nel dialogo interreligioso.
    Venne di conseguenza, nell´ottobre 2005, la designazione del cardinale Lustiger, eminente figura di ebreo convertito, per la commemorazione in Vaticano del quarantesimo anniversario della “Nostra Aetate”. La stessa biografia di Lustiger testimoniava un´accezione del dialogo finalizzata alla conversione. Il rabbino capo di Roma decise per questo di disertare la cerimonia.
    Il medesimo filo conduttore di una fede che non ammette relativismi, congiunge la lectio magistralis di Ratisbona – dove il papa rivendicava una sorta di dominio sulla ragione - con la proposta agli ebrei di un dialogo somigliante ad un´amicizia sopraffattrice.
    Settant´anni dopo le leggi razziali che “Civiltà cattolica” nel 1938criticava debolmente, riconoscendovi benefici elementi di opportunità, viviamo per fortuna un´epoca completamente diversa. Ma la questione teologica rimane irrisolta, così come la fatica cristiana di confrontarsi con il Gesù ebreo.

    © Copyright Repubblica, 8 febbraio 2008

  3. Caro Riccardo,

    E dunque? Ma poi, che significa “di stampo sionista”? Certo, la storia delle interpretazioni di Isaia 53,5 (il cosiddetto terzo carme del Servo di Jahweh) mostra una singolare stratificazione e, come tutte le profezie messianiche, ha subito anche strumentalizzazioni politiche; ma il rischio di manipolazioni secolarizzanti delle Scritture è venuto anche da parte di interpreti cristiani.
    E comunque l’interpretazione della figura del Servo di Jahweh in chiave di personalità corporativa non solo non è necessariamente il frutto di una distorsione ideologico-politica (se vi è almeno uno spiraglio per distinguere la nozione teologica di popolo d’Israele dallo Stato d’Israele o dalla nazione ebraica) ma è addirittura compatibile con l’interpretazione cristiana che identifica il Servo con Gesù. C’è una communio sanctorum, una solidarietà nella grazia, analoga a quella che affermiamo presente nella Chiesa, che lega i destini storici di Israele alla vicenda terrena del rabbino ebreo Gesù di Nazareth.
    E’ ormai universalmente accettato che la Shoah è l’evento storico fondante dell’ultima generazione dei diritti umani: il diritto alla libertà dal bisogno e dalla paura, il diritto di autodeterminazione dei popoli. Questo interpella la coscienza cristiana e reclama un’interpretazione teologica di questi fatti. Perciò è sempre più urgente una nuova teologia cristiana del primato d’Israele nel piano salvifico; la Shoah, infatti, ha reso impossibile la semplice riproposta di quella tradizionale (vedi articolo di Gad Lerner, postato qui sopra). Una nuova interpretazione che abbia come argini l’aderenza alla verità storica e una più profonda intelligenza del dato biblico. Non è più accettabile la vecchia impostazione di un’alleanza mosaica imperfetta e provvisoria in vista della “nuova ed eterna”, stipulata con la croce di Cristo, a cominciare dal senso stesso tradizionalmente dato a queste parole. Ciò che la “nuova Alleanza” abroga non è l’Alleanza di Mosè o le promesse ad Abramo; ma il culto del Tempio, i sacrifici di animali, come risulta dal contesto dei discorsi dell’ultima cena di Gesù, dalla lettera agli ebrei e dalla storia stessa, sacra e non. “Eterna” non si contrappone a “contingente” o “provvisoria”, ma allude piuttosto all’estensione delle prerogative teologali d’Israele all’intera umanità. Un orizzonte verso cui il primo ed il nuovo Israele sono entrambi in cammino e che, secondo un articolo di fede che accomuna cristiani e giudei, destina entrambi al raduno escatologico attorno ad un unico messia, uscito da Israele.

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