Leggendo l’enciclica Mit brennender Sorge

2007 Novembre 11

el-nazismo.jpgSettanta anni fa il Sommo Pontefice Pio XI scriveva l’enciclica all’episcopato tedesco Mit brennender Sorge (Con viva ansia, in seguito: MBS). Motivo immediato: l’abolizione delle scuole confessionali in Germania, l’ultima delle continue violazioni, da parte del Terzo Reich, del concordato tra Stato e Chiesa, voluto da Adolf Hitler stesso nel 1933.
Questo documento, relativamente poco noto, almeno in Italia, è esemplare da molti punti di vista. Nei contenuti, in primo luogo, che delegittimano il regime nazista in nome del Vangelo, del diritto divino, della legge di natura ed anche del diritto positivo. Attraverso un approccio che rimane ancorato alle competenze religiose e morali della propria autorità, Pio XI coglie il nazismo nel suo tratto precipuo di sistema intrinsecamente disumano. In secondo luogo, il testo è di assoluta grandezza storica, oltre che dottrinale, per la parrhesia che pervade l’enciclica. Nessun potere, nessuna autorità ufficiale mondiale aveva prima d’allora osato alzare pubblicamente, e con tale chiarezza, la voce contro Hitler e le sue gerarchie.
La fedeltà allo specifico della missione ecclesiale e persino del linguaggio cristiano è il criterio che guida i giudizi valutativi espressi dall’enciclica contro il nazismo anche su un piano strettamente politico. Così l’enciclica si pronuncia sull’uso manipolatorio della propaganda, sul ricorso abusivo al linguaggio religioso e la tendenza a camuffare una mera e brutale volontà di potenza sotto le spoglie di una religiosità mondana e a battaglie di civiltà; l’infondatezza religiosa, morale e filosofica delle dottrine razziste e del mito della superiorità ariana, il culto del capo, il disprezzo dell’altro e della parola data, l’idolatria ideologica del potere, l’attacco alla trascendenza ed alla rivelazione, cristiana, ma anche giudaica.
Al tempo stesso, la MBS non si nasconde, da parte sua, le responsabilità, le insufficienze, le controtestimonianze provenienti dall’interno del corpo ecclesiale.
Si dirà, forse, che la denuncia del Pontefice non nomina mai Hitler, né pronuncia la parola “nazismo”, e rimane troppo legata all’ambito religioso perché le si possa riconoscere un respiro autenticamente universalistico.
In realtà proprio nel grido in difesa dei diritti di coscienza sta la radice comune dei diritti dell’uomo. Il valore universale della MBS risalta invece dalla sua applicabilità a questioni per tanti versi lontane nel tempo rispetto al contesto storico per il quale fu pensata e scritta. Essa è tutt’oggi un testo d’eccezione per chi si interroga sulle possibilità di un dialogo interculturale e di sfruttare appieno le potenzialità di una lettura specificamente religiosa dei sistemi di violenza che si oggettivano nelle strutture mondane della convivenza umana. Si pensi ad esempio all’attuale dibattito tra cattolici e laici in Italia o alla questione ebraica nei termini inclusivi di una continuità messianico-escatologica di ebraismo e cristianesimo, o alle possibilità della categoria “struttura di peccato”, per decrittare il fenomeno mafioso sotto il suo inquietante profilo di fatto religioso.

Pio XI, Mit brennender Sorge (versione italiana, testo integrale)

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8 Risposte leave one →
  1. 2007 Novembre 11
    rickinca84 permalink

    ecco un’altro esempio in cui la religione, e in particolare quella cristiana, non solo non è l’oppio del popolo bensì è la sua coscienza critica. Nel particolare caso in esame lo è nella persona del papa in quanto guida religiosa, in quanto fedele alla parola di Dio, alla missione dell Chiesa e alla sua responsabilità ministeriale.
    Certo altre volte non sarà stato così, ma già solo questo ( e non è solo questo) delegittima la pretesa universalità dell’affermazione marxista che vuole come ostacolo la religione alla felicità terrena, in quanto proietterebbe la felicità al di là della storia.
    Riccardo Incandela

  2. 2007 Novembre 13

    Caro Riccardo,

    Sono molto contento di poterti rileggere in Terra di Nessuno.
    Ti confesso che ho scritto il post sulla Mit brennender Sorge dopo aver letto il tuo intervento nel tuo blog sulla protesta dei monaci birmani. Ho già scritto, a commento della tesi che esponi nel tuo sito, e qui riprendi, che la tua lettura della metafora marxiana della religione-oppio non è imparziale. Occorre rendersi conto che tale lettura è solo uno dei livelli di interpretazione di quel testo; interpretazione, tra l’altro, gravata da ottanta anni di scontro ideologico tra i massimi sistemi salvifici del novecento, cristianesimo e marxismo, appunto.
    Si dice che la visione religiosa vada un po’ oltre e un po’ più a fondo di quella dell’uomo della strada. In questo senso anche Marx porta la condanna di quanti possiedono uno sguardo più acuto del comune. Ora che il baricentro del dialogo culturale sposta altrove lo scontro, il nocciolo della visione marxiana della religione riassunto in quella frase non appare necessariamente errata o inaccettabile per un teologo cattolico; può anche essere semplicemente presa come un punto di vista diverso, ma ugualmente legittimo, sulla religione. “La religione è oppio del popolo” dice sostanzialmente che la religione sarebbe una risposta falsa ad un problema vero. Ma non è solo questo. E’ che la capacità di riserva critica della religione è indirizzata non al cambiamento della realtà ma al suo trascendimento. In tal modo la religione svolgerebbe una funzione alienante, che finisce col divenire organica allo stato di cose, legittimandolo, sacralizzandolo, garantendone la permanenza.
    Di questa visione marxiana c’è da prendere il carattere ambiguo della religione, che ad un credente facilmente sfugge. Anche se gestiscono il sacro, cioè cose genericamente attinenti alla sfera del divino, le religioni nondimeno sono pratiche sociali, cioè prodotti umani, e sono gravate delle contraddizioni delle società che le esprimono. Fare confusione tra Dio e le cose che lo riguardano porta dritto al delirio di onnipotenza. Non era forse una religione anche il nazismo?
    Nell’enciclica Mit brennender Sorge, Pio XI tocca molte volte questo argomento. Do qui solo un esempio:
    «Non si può considerare come credente in Dio colui che usa il nome di Dio retoricamente, ma solo colui che unisce a questa venerata parola una vera e degna nozione di Dio.
    Chi, con indeterminatezza panteistica, identifica Dio con l’universo, materializzando Dio nel mondo e deificando il mondo in Dio, non appartiene ai veri credenti. Né è tale chi, seguendo una sedicente concezione precristiana dell’antico germanesimo, pone in luogo del Dio personale il fato tetro e impersonale, rinnegando la sapienza divina e la sua provvidenza, la quale « con forza e dolcezza domina da un’estremità all’altra del mondo» e tutto dirige a buon fine. Un simile uomo non può pretendere di essere annoverato fra i veri credenti».

    Da quando scoprii, nell’apparato critico del Merk, Novum testamentum graece et latine, l’esistenza di una versione isolata, ma autorevole, del vangelo di Matteo, secondo cui si chiamava Gesù anche Bar-Abba (quest’ultimo, soprannome messianico: “Figlio del Padre”) il fatto ha sempre suscitato in me profonda impressione. Il popolo fu dunque chiamato a scegliere tra la salvezza e la condanna di due individui dallo stesso nome e soprannome, entrambi portatori di visioni religiose a sfondo messianico, virtualmente indistinguibili, con la stessa identità. Trovammo il salvatore giusto salvando il messia sbagliato.

    Praticamente mentre discorriamo di queste cose sfilano in processione gli ultrà, col pretesto dell’uccisione di Gabriele, e i monaci birmani, per la libertà del loro popolo. Cos’hanno in comune l’ultrà e il monaco birmano? Sostanzialmente l’uso di linguaggi e segni religiosi, coi quali esprimono il loro sentirsi appartenenti ad una fede. Sono le due facce della religione. Violenza e pacificazione, intransigenza e buon senso, integralismo e inclusività, sanzione e perdono, sacrificio e vittima. Esse sarebbero virtualmente indistinguibili senza il criterio dell’amore fino al sacrificio di sé.
    Essere credenti è un’altra storia. Ancora Pio XI sottolinea più volte, nell’enciclica, la cruciale differenza, in religione tra dire e fare. L’ortoprassi è la controllabilità dell’ortodossia, la sua peculiare forma di onestà.
    Religioni distruttive e inumane riempiono il vuoto di senso laddove la religione stessa non dà risposta al desiderio umano di felicità.
    La Chiesa di oggi mi sembra un Gesù riluttante a prendere la croce.

  3. 2007 Novembre 14
    rickinca84 permalink

    capisco perfettamente la tua preoccupazione: l’ambiguità del carattere religioso che si nutre dell’umana cultura per esprimersi in forme pacifiche e violente. Credo che ci siano motivi diversi per questo che vanno cercati sia nella religione particolare stessa (dottrina,) che nella personalità individuale e collettiva di chi professa quella religione. Ma la religione è in se stessa uno strumento di relazione con la divinità ( in tutte le sue accezioni) ed essendo tale imprime in se stessa tutte le dinamiche umane, nelle sue brutture ed estatiche bellezze. Odio e Amore. Hai davvero ragione che è estremamente pericoloso poi accostare queste dinamiche al carattere assoluto del divino. Inoltre il pericolo di trasferire su un diverso piano la soddisfazione dei bisogni primari di giustizia e pace è sempre presente in un sentimento religioso indefinito. Non ci sono dubbi, ed è solo in questa accezione (che non è quella dell’autore, ma una nostra armonizzazione) che possiamo accogliere l’aforisma di Marx. Eppure continuo a credere che le premesse che fai circa la caduta ideologica del marxismo non siano del tutto vere. Secondo me sono tuttora presenti anche se non tematizzate perché ormai è passato nell’ovvio della mente di tanti uomini (non tutti per fortuna) come prima lo era l’esistenza di Dio. Liberare la religione dal pregiudizio circa la sua capacità di offrire all’uomo una via esistentivamente liberante è propedeutico, a mio avviso, a qualsiasi altro discorso particolare, specie quello cristiano di cui tu hai dato brillantemente la discriminante rispetto ad un generico sentimento religioso, che proprio a causa della sfiducia verso il concetto di religione tradizionale trova sempre maggiore spazio nelle pseudodottrine new-age, nella wicca e religioni neopagane, divinazione etc…
    Riguardo al Gesù detto barabba anche a me ha fatto molto pensare quando ho studiato esegesi. Gesù che si dichiara figlio di Dio VS Gesù il figlio del Padre. Il parallelo ci porta a due salvatori, entrambi due liberatori: ma chi portava il vero Dio? La religione concepita da quegli uomini con le loro categorie non poteva che rispondere il liberatore armato! Barabba portava la rivolta armata: gli zeloti erano pronti a prendere le armi e già lo facevano cercando un nuovo Maccabeo. Ma Gesù era anch’esso un Liberatore e non soltanto in senso puramente spirituale perché il suo comandamento nuovo, il superamento della legge in quanto norma non è ama solo Dio, sopporta tutto, e un giorno Dio ti darà la caramella, il premio, ma amateVI gli uni gli altri ( prospettiva sociale-comunitaria) come Io (Dio) ho amato VOI (uomini ). E’ in questa dimensione di amore comunitario verticale e orizzontale ( già presente nell’ebraismo), spiritualizzato nel senso che non è più solo un precetto (ammesso che sia sempre stato così), che avviene la liberazione dell’uomo ( sto privilegiando in questo luogo un’accezione senza nulla togliere alle altre): la basileia ( il regno) di Dio sulla terra che già realizzata con la venuta di Cristo (il regno è tra voi), nella Chiesa, e che sarà compiuta nell’escaton (alla fine dei tempi).
    In ultimo dici “La Chiesa di oggi mi sembra un Gesù riluttante a prendere la croce”. A parte il fatto che Gesù nel getsemani faceva festini all’idea di dover essere crocifisso, a dispetto della tradizione donatista o delle euforie da kamikaze di teste calde come Origene, la domanda essenziale da porci è chi è la Chiesa? Se rispondi da clericale, allora ti dico che c’è tanto da lavorare per la conversione, se rispondi da cristiano allora sai perfettamente che la Chiesa siamo tutti noi! Siamo noi il sale della terra! E se sono io il sale della terra insieme a te e a tutti i nostri fratelli portiamo la nostra rivoluzione cristiana al di là degli stati di vita e delle ordinazioni, perché siamo tutti crismati, unti da Dio. Combattiamo la giusta battaglia d’amore o re della terra ( e tu fai per tre ;) )! Portiamo noi la Croce di Cristo sulle nostre spalle e issiamola sulle nostre teste perché tutti possano guardare a lei e guarire dal veleno del serpente!

  4. 2007 Novembre 14
    rickinca84 permalink

    mamma mia che siamo lunghi! :D :D:D

  5. 2008 Giugno 10
    elena stefani permalink

    mamma miia che tristezza

  6. 2008 Giugno 10

    Gentile Elena,
    grazie di aver contribuito a questo blog e benvenuta in Terra di Nessuno. Le posso chiedere che cosa esattamente suscita in lei tanta tristezza?

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