Il Pastore smarrito
Ignoto, Trionfo della morte, 1446, Palermo
”Quelli che pensano troppo prima di muovere un passo
trascorreranno tutta la vita su un piede solo”
Pino Puglisi
Per comprendere l’importanza del Cardinale Pappalardo per la Chiesa e la società siciliana di oggi, occorre leggere il personaggio alla luce della vita e del martirio di Puglisi, che di fatto ne concluse la parabola storica. Il modo, più intuitivo che sistematico o dottrinale, in cui Pappalardo vedeva e affrontava i problemi, ne rende più complessa l’interpretazione, più sfaccettata e interessante la sua figura di pastore, di quella consegnata alla cronaca dai media. La celebre citazione di Livio che risuonò nell’omelia durante i funerali del Generale Dalla Chiesa, “Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur [...] povera Palermo”, pronunciata pensando alla città come corpo civile, potrebbe funzionare benissimo anche come epitaffio del quarto di secolo occupato nella storia della Chiesa di Palermo dal ministero dello stesso Cardinale Pappalardo.
Aveva una personalità insicura e perplessa, segnata da profonde fragilità affettive. Si faceva portatore di una visione non carismatica, quasi sociologica della Chiesa. Si sarebbe detto che credesse, più che in Cristo, nell’istituzione ecclesiastica; che avesse fede nella Chiesa come un alto ufficiale dei carabinieri avrebbe potuto averne nei confronti dello Stato. Forte della propria formazione nella leggendaria diplomazia ecclesiastica e dell’esperienza maturata come Nunzio Apostolico in Indonesia, Pappalardo fu inviato a Palermo quasi in partibus infidelium.
Il suo predecessore, il Cardinale Carpino, fu arcivescovo di Palermo per due soli anni, succedendo al Cardinale Ruffini, e può essere considerato il vero iniziatore del rinnovamento conciliare a Palermo. E’ convinzione diffusa, negli ambienti del clero, che la brusca interruzione di questo processo, avvenuta con le drammatiche dimissioni di Carpino, fosse legata agl’insanabili conflitti con quel manipolo di preti che, negli anni ‘60, aveva fatto del Palazzo Arcivescovile la roccaforte del collateralismo tra Chiesa e politica nazionale. Preso possesso della Diocesi, Pappalardo trovò, saldamente insediato in Curia, dai tempi del Cardinale Ruffini, proprio quel pugno di monsignori destinato a resistere all’avvicendarsi sulla cattedra di San Mamiliano di ben tre cardinali. Pappalardo era considerato un montiniano, aderì infatti alla cosiddetta “scelta religiosa” di Paolo VI nel rapporto tra Chiesa e politica, ma sostanzialmente fallì nel tentativo di opporre una diversa declinazione del modello clericale della Curia palermitana.
L’ultimo dei Monsignori fu estromesso solo dal successore di Pappalardo, il Cardinale De Giorgi, e uscì di scena umiliando pubblicamente quest’ultimo. Lungo tutto l’episcopato di Pappalardo i due modelli di Chiesa (quello ufficiale, del Cardinale, e quello dei curiali) vissero vite parallele, giunsero ad un compromesso, si ignorarono reciprocamente e finirono per convivere da separati in casa. Questa situazione era ciò cui esattamente alludeva Puglisi, quando scherzosamente rispediva al mittente il saluto di chi gli si rivolgeva col titolo di “monsignore”.
Pappalardo non avversò Puglisi, né favorì i monsignori della Curia; ma, se è ovvia la contrapposizione tra il modo d’essere nella Chiesa di Puglisi rispetto quella dei “monsignori”, spesso non si coglie abbastanza chiaramente l’incompatibilità anche tra il modello di Chiesa di cui si fecero rispettivamente portatori Pappalardo e Puglisi.
A Palermo, Pappalardo attuò una sempre più ampia integrazione delle prassi collegiali. La sua formazione giuridica, la mentalità diplomatica (il Cardinale De Giorgi, nel corso di conversazioni private, vi contrappose più volte la propria provenienza pastorale) davano alla sua azione una dimensione tutta orizzontale. Aveva la tendenza a cogliere la novità del Concilio piuttosto attraverso i suoi riflessi sugli assetti organizzativi della Chiesa locale, che sul piano teologico.
Il “movente ecclesiologico” della prassi pastorale di Pappalardo presenta, così, un taglio culturalista e antropocentrico, particolarmente evidente nelle Costituzioni della maggiore realizzazione del Cardinale, la Facoltà Teologica di Sicilia. Lo stesso sfondo marcatamente umanistico che egli impresse alla cultura pedagogica del Seminario di Palermo, di cui spesso amava occuparsi personalmente, ma che traspare anche da certa vaghezza di indirizzi formativi e insicurezza nel discernimento.
Il tipo di prete che si andava formando nel Seminario diocesano maggiore ereditato da Pappalardo appariva del tutto estraneo ai requisiti conciliari per i candidati al sacerdozio. Gli allievi vi venivano addestrati a compilare a dovere le carte del processicolo matrimoniale, come disse icasticamente un vescovo siciliano. I modelli erano pedagogicamente sprovveduti, spiritualmente poveri, poco esigenti dal punto di vista culturale. Anche se Pappalardo prendeva le distanze da tutto ciò, in definitiva il modello di pastore che egli impersonava e proponeva rimaneva pur sempre di tipo clericale. In campo formativo, dall’azione del Cardinale si ricava una sensazione di insicurezza, di mancanza di chiarezza.
Nella seconda metà degli anni ‘70 si verificavano, nel seminario maggiore palermitano di via Incoronazione, gravi episodi di omosessualità. Lì uno degli allievi aveva infine tentato il suicidio. Lo scandalo si allargò, fino a lambire alte personalità diocesane. In quell’occasione il Cardinale ritenne di non dover impedire l’ordinazione presbiterale dei tali coinvolti nella tresca, o non riuscì a farlo. Si accontentò di lasciare ad altri il compito di officiarla o di lasciare che i protagonisti della vicenda potessero trasferirsi, per ricevere gli ordini sacri in altre diocesi. Rimosse l’incolpevole rettore del seminario.
In quegli stessi anni, dopo aver soppresso il seminario minore, Pappalardo affidava a Pino Puglisi un nuovo progetto di formazione, la “comunità vocazionale”. Puglisi integrò nel suo progetto alcuni elementi di quel vero e proprio esperimento pedagogico post-conciliare, raccogliendo un piccolo gruppo di adolescenti reduci di quell’esperienza, cui si aggiunsero altri. Nella comunità vocazionale confluirono anche metodologie formative precedentemente sperimentate dal sacerdote palermitano, così come sono già visibili prassi e strumenti che ritroveremo nella sua attività successiva, in particolare la riflessione sul Vangelo come strategia di formazione umana ed ecclesiale. A differenza di quello di Pappalardo, il modello pedagogico di Puglisi non era specificamente, e neppure prevalentemente, rivolto a candidati al sacerdozio. Ciò che prevale, nella formazione sacerdotale, secondo Pappalardo, è la visione della funzione istituzionale del ministero; in Puglisi, invece, gli aspetti interiori della vita cristiana battesimale. In Pappalardo l’appartenenza ecclesiale è il supremo criterio regolativo; in Puglisi è la formazione evangelica a dare un giudizio su tutto: sulla vita morale, sulla prassi pastorale ed anche sul discernimento vocazionale.
Molte analisi del discernimento di Pappalardo, ancorché corrette, mancavano di forza, erano lentissime e come esitanti rispetto al nuovo, anche se riconosciuto giusto e necessario. “Se non avessi stimato Padre Pino, non l’avrei nominato direttore spirituale del Seminario Maggiore”, disse Pappalardo nell’omelia funebre del sacerdote assassinato per ordine dei capifamiglia di Brancaccio, con espressione che a qualcuno suonò excusatio non petita. La nomina di Puglisi, infatti, aveva dovuto attendere per due lunghi anni prima che il sacerdote dell’Opus Dei, direttore spirituale uscente, si decidesse a lasciare.
Così, di fatto, Puglisi non s’occupò di formazione al Seminario, neppure per un giorno.Troviamo l’eredità del metodo di formazione di Padre Pino più in una schiera insospettabilmente vasta di laici, che entrarono in contatto con lui, che nei giovani preti. Per contro, attraverso le istituzioni formative del seminario di Palermo e della facoltà teologica di Sicilia, il modello sacerdotale di Pappalardo è destinato ad influire ancora a lungo sulla vita della Chiesa, non solo palermitana, ma di tutta l’Isola. Non è un caso se ben due dei quattro segretari, di cui si servì nel corso del suo ministero, sono oggi vescovi, e buona parte dell’episcopato siciliano attivo proviene dai vertici della Facoltà Teologica, del Seminario di Palermo, dal gruppo dei più stretti collaboratori di Pappalardo.
La stagione più celebrata del ministero episcopale di Pappalardo, quella delle omelie contro la mafia, negli anni a cavallo tra ‘70 e ‘80 è anche quella che meno ha inciso sulla futura Chiesa palermitana. Essa rappresenta più un tratto nella biografia personale di Salvatore Pappalardo che un vero e proprio tema del suo modello di Pastore. La sua proposta di lotta fu definita “la rivoluzione degli onesti”: la necessità di opporre, «all’ingiustizia di molti [...] la propria personale giustizia». Nelle omelie antimafia del Cardinale gli accenti squisitamente religiosi sono rarissimi. Cataldo Naro, storico della Chiesa e, in seguito, Arcivescovo di Monreale, sottolineò l’inesistenza persino di una strumentazione linguistica capace di cogliere gli aspetti specificamente religiosi del fenomeno mafioso. Quella di Pappalardo è, piuttosto, una proposta morale, non particolarmente originale, debitrice com’era di Peruzzo, Ruffini e Petralia, e, in generale, del tradizionale magistero sociale del Mezzogiorno d’Italia, che inglobava il fenomeno nel complesso quadro della promozione umana. Suonò però come una novità dirompente soprattutto per l’intensità del momento storico e la copertura mediatica che ricevette.
Le denunce di Pappalardo crearono una situazione di radicale conflitto col partito cattolico al potere; fin quando non fu chiaro, intorno alla metà degli ‘80, che occorreva o riformulare complessivamente il sostegno dell’episcopato nazionale al partito unico dei cattolici o tacere. Si tornò così alla vecchia difesa apologetica di un’astratta sicilianità, alla retorica del “siciliano onesto”. Lo stesso celebre grido di Giovanni Paolo II, nella Valle dei Templi di Agrigento, contro la mafia, fu un atto spontaneo del Papa, non previsto nel testo ufficiale dei discorsi che il S. Padre avrebbe dovuto tenere nel corso di quel viaggio apostolico in Sicilia. Ancora C. Naro, in una conversazione privata, sostenne che parole assai simili a quelle pronunciate da Wojtyla erano già presenti, invece, nella lettera della S. Sede che annunciava la visita del Pontefice e che il vescovo di una diocesi siciliana, tra quelle che il Papa avrebbe visitato, saltò proprio quel pezzo, nel darne notizia al proprio presbiterio.
Il cavallo di battaglia di Pappalardo si rivelò come qualcosa che riguardava la propria visione e la Chiesa in maniera, tutto sommato, tangenziale. Al contrario, in Puglisi l’impegno contro la mafia, nasce dal centro del suo orizzonte pastorale, come sfida all’asserita efficacia salvifica del vangelo. Ai suoi occhi è ovvio che il fenomeno mafioso, in quanto esplicitazione di un’antropologia aberrante, ha una sua rilevanza morale, ma anche teologale. La scelta della più radicale non violenza deve saper mostrare con chiarezza di provenire dall’interno stesso dello sviluppo ecclesiale, di quel progetto di convivenza umana sanata alla radice dalla presenza di Gesù Cristo. La pregiudiziale antimafiosa diventa, per lui, sempre più preliminare in qualsiasi progetto di nuova evangelizzazione che voglia applicarsi seriamente a ricristianizzare i siciliani. Per Puglisi occorre fare riferimento ad una scelta pedagogica dei poveri e dei fanciulli come parte sostanziale dell’intera prassi di liberazione di Gesù, sull’ispirazione delle richieste avanzate da Cristo nel Discorso della Montagna. La mafiosità rappresenta, rispetto all’evangelizzazione, un vero e proprio controprogetto, che persegue interessi e scopi programmatici diametralmente opposti a quelli della comunità ecclesiale e rappresenta perciò un oggettivo impedimento per la salvezza integrale dell’uomo. In definitiva, anche le stesse esigenze antropologiche sono colte meglio nella prospettiva religiosa di Puglisi che in quella di Pappalardo.
Dall”82 in poi non si riscontra, nella Diocesi di Palermo, nessuna pastorale organica che tenga conto del radicamento storico e sociale della mafia e del suo impatto sull’evangelizzazione, nessuno strumento nuovo, nessuno sforzo per superare il ritardo culturale che gli intellettuali cattolici in genere registrano sul fenomeno mafioso. Nel suo progetto di rievangelizzazione, con lo strumento del centro sociale, Puglisi rimase isolato e vulnerabile.
Nell’omelia delle esequie, il Cardinale gridò che Padre Pino fu ucciso non perché “antimafia”, ma perché era un vero sacerdote.
“E com’è” sentii mormorare da un giovane prete che mi era accanto “che io e te siamo ancora vivi?”














GRAZIE PER QUESTA INTERESSANTE RIFLESSIONE, CHE GIUNGE SU TERRA DI NESSUNO PROPRIO NEL GIORNO IN CUI RICORRE IL 14° ANNIVERSARIO DELL’ASSASSINIO E DEL MARTIRIO DI DON PUGLISI. IERI SONO STATA A UNA TAVOLA ROTONDA ORGANIZZATA A BRANCACCIO DAL CENTRO “PADRE NOSTRO” CHE S’ISPIRA ANCORA ALL’INSEGNAMENTO E ALLA TESTIMONIANZA DI DON PINO. PARLAVA DON MASSIMO NARO, CHE GIA’ ALTRE VOLTE, PRIMA, COME LUI STESSO HA RICORDATO, AVEVA PROPOSTO LE SUE RIFLESSIONI SUL MARTIRIO DI DON PINO.
DA UN SUO LIBRO (”TEOLOGI IN GINOCCHIO: FIGURE DI SPIRITUALI NELLA SICILIA CONTEMPORANEA”, SCIASCIA ED., 2006), IN CUI C’E’ UN CAPITOLO DEDICATO A DON PUGLISI, PRELEVO CON LO SCANNER UN PARAGRAFO E LO RIPROPONGO QUI, PERCHE’ MI PARE UNO STIMOLO INTERESSANTE PER POTER TENTARE UNA DISCUSSIONE A PARTIRE DALL’INTERROGATIVO CON CUI TERMINA IL POST DEL SIG. GIAMPIERO (LE NOTE NON SONO RIUSCITA A SCANNARIZZARLE BENE E PERCIO’ NON LE HO RIPRODOTTE):
(4. L’uccisione di don Puglisi: delitto di mafia e martirio cristiano
Concludo citando ancora la Stancanelli, in un brano del suo bel libro in cui però ella mostra di non aver compreso la connessione tra pane e vangelo di cui ho tentato di parlare, e la coimplicazione di ministero e di mistero nell’esistenza sacerdotale di don Puglisi: «La mafia è forte, ma Dio è onnipotente», così ha letto la Stancanelli in una targa affissa da un gruppo di «giovani liberi» sulla porta di quella che fu la casa di don Pino. La Stancanelli ironizza sulla scritta, che le sembra porre la questione-Puglisi nei termini della lotta tra «mafia e Dio». Come se questo potesse rischiare di voler dire che così non si rende onore al valore umano della lotta e della testimonianza di don Puglisi e di chi come lui ha lottato e lotta a Palermo. Una risposta a questa pur lecita preoccupazione della Stancanelli si può dare citando don Puglisi stesso, che ad esergo di una sua lettera indirizzata il 4 ottobre 1991 ai suoi parrocchiani, «cari amici», per informarli della grave situazione venutasi a creare a Brancaccio a causa della mafia e per invitarli a collaborare all’apertura del centro polivalente parrocchiale, scrive – citando una frase del biblista Rinaldo Fabris –, con l’intenzione implicita di dichiarare l’ispirazione che in realtà lo animava:
«La scelta dei poveri ha come criteri e ragione la scelta di Dio, cioè l’amore gratuito e attivo».
Mi sembra una chiara e inequivocabile testimonianza cristiana. Che lo ha portato a vivere un’esperienza che pur s’era abituato ad “aspettarsi”: l’esperienza del martirio.
Da appunti per una omelia sulla morte:
«Il vangelo…
Che giova all’uomo…?
State pronti perché non sapete né il giorno né l’ora.
Quando?
Come? Perciò sempre pronti.
…è questo il segreto per non aver paura della morte, per non morire,
il segreto per saperla affrontare con coraggio, con gioia anzi,
è morire durante la vita,
mortificarsi, sapersi distaccare
cioè saper vivere tendendo verso il cielo.
La morte è l’inizio di una nuova vita».
Ecco perché l’uccisione di don Puglisi non è solo un efferato delitto di mafia. Essa è anche e soprattutto una testimonianza di fede, amore, speranza da parte dello stesso don Puglisi. Lo ha tematizzato molto bene, con la sua scrittura letteraria, Mario Luzi nel dramma composto in memoria della morte del parroco di Brancaccio: Il fiore del dolore. Luzi, in una delle più belle pagine del libretto citato, riferisce un immaginario colloquio tra il vicario generale della diocesi di Palermo e altri impiegati della curia, i quali si interrogano circa il senso di quanto tragicamente avvenuto a Brancaccio:
«VICARIO
C’è stato un omicidio inconsueto,
la nostra cultura siciliana l’ha sentito differente.
Per questo l’agitazione e l’impazienza dei pubblici poteri,
lo sgomento di molti sinceri cittadini.
[…]
Sono certo inevitabili il puntiglio
e l’affanno di inquirenti intorno a quel misfatto.
Li seguii anche io ma con distacco.
La giustizia umana fa il suo corso,
osserva le sue stabilite procedure.
[…]
ma l’errore è nostro che ci adattiamo al mondo,
troppo, fino a perdere la nostra cristiana prospettiva.
Guardiamo all’accaduto con occhi troppo grevemente secolari.
Troppi di noi perseguono la logica medesima dei codici
e di coloro che li interpretano
ed è giusto e onesto,
ma la nostra ha richiami, segnali, avvertimenti più copiosi
e con essi ci parla da altitudini e profondità segrete
con una specialissima eloquenza.
Il nostro libro ha molte più pagine e un alfabeto fitto di meraviglie.
E abbiamo dalla nostra, non dimentichiamolo, l’effabile universo
del mistero che per altri è muto.
UN ADDETTO
Credo di capire… L’assassinio di Puglisi non è solo un assassinio.
VICARIO
Non possiamo limitarci a intenderlo
nel suo brutale aspetto di assassinio.
[…]
La società ha le sue regole, i suoi riti,
le sue autodifese.
Ma quest’episodio non è cronaca
e noi siamo tenuti a leggerlo
nel linguaggio alto,
quello inesplicabile della profezia».
Come ha scritto Alberto Melloni, i credenti sono oggi proiettati ormai a vivere la loro esperienza ecclesiale al di là dell’«ecclesiosfera», nelle pieghe e nelle piaghe della storia comune degli uomini, tra le speranze e le sofferenze del mondo, come già quarant’anni fa insegnava il Vaticano II. In tale nuova condizione il martirio rischia di apparire esclusivamente come delitto politico, come quello di mons. Romero nel 1980, o come deficit di prudenza diplomatica, come nel caso dei sette trappisti decapitati in Algeria nel 1996. O come assassinio mafioso, come nel caso di don Puglisi. Ma fatte salve le implicazioni politiche che in ogni caso la testimonianza dei santi comporta, non possiamo derubricare il martirio cristiano come il fallimento pur eroico di opzioni culturali e di utopie politiche. Davvero, come come ha scritto Luzi, siamo «tenuti» a leggere la morte violenta subita da don Pino Puglisi come un annuncio di redenzione che ci raggiunge nel nome di Dio. E che ci fa nutrire una nuova speranza.)
Caro Giampiero, mi permetto di esprimere una semplice considerazione, possibilmente non evidenziata dalle grandi tematiche affrontate da terra di nessuno.
Essere Apostolo di Gesú Cristo significa concretizzare, con l`autorità che deriva dall`ordine sacro, la volontà di Dio fino al sacrificio della propria vita.
E` fondamentale acquisire la consapevolezza di essere seguaci di Cristo specialmente nel cammino del sacrificio, poiché la vita terrena è un transito verso il Regno di Dio.
Se non si è rinati in spirito e verità, significa che non si è accolto Cristo nel proprio cuore, quindi la funzione che si esplica all`interno della Chiesa, non puó essere eseguita nella sua pienezza.
Giovanni Paolo II è stato un apostolo secondo il volere di Dio, così come Padre Pio, Padre Pino Puglisi e altri.
Il punto essenziale è proprio quello appena descritto, vivere l`apostolato in mezzo ai più deboli, proteggere l`amore e la verità dalla superbia dei potenti; tutto questo non è fattibile se non si è usciti dall`ottica terrena, dove spesso si ricerca più il compromesso che la vera fede.
Con affetto e stima
Marco
Per Tutti:
Ogni anima ha un grado di spiritualità differente, diverse sono le tribolazioni a cui il singolo soggetto può essere sottoposto, la conoscenza di Dio non è uguale per tutti, non tutti abbiamo la stessa energia per affrontare i nostri impegni.
Non basta essre card. per essere superiore in virtù ad un presbitero.
Pace e bene
Riporto un documento ufficiale per fer notare l’importanza della missione apostolica, caro Don V, ecco cosa ci si aspetta dell’arcivescovo:
LETTERA DI GIOVANNI PAOLO II
AL CARDINALE SALVATORE PAPPALARDO,
ARCIVESCOVO DI PALERMO
Al nostro venerabile fratello
Cardinal Salvatore Pappalardo
Arcivescovo di Palermo.
Gli animi e gli occhi di tutta la comunità cattolica italiana tra poco convergeranno sulla città di Reggio, come vi affluiranno numerosi fedeli e pellegrini, perché dopo un certo numero di anni vi si concelebrerà il ventunesimo Congresso eucaristico nazionale, dal quale si può a stento dire quanti e quanto grandi doni di grazia e di salvezza scaturiranno per la Chiesa italiana, quante e quanto grandi forze di rinnovamento e di maggior impegno apostolico ci si aspetteranno.
Sempre noi e i nostri predecessori abbiamo avuto un’attenzione particolare per questi congressi eucaristici nel mondo e in tutti i Paesi, perché, come asserisce tutta la ricchissima Tradizione della Chiesa cattolica e la dottrina mirabilmente contenuta nei documenti del Concilio Vaticano II, il sacramento dell’Eucaristia occupa il posto centrale della vita cristiana e rappresenta la fonte più immediata, cioè Cristo che vive e opera in eterno, di santità e di salvezza, di consolazione e di saldezza in questa peregrinazione terrestre degli uomini verso il Regno e la patria. I Pontefici romani si adoperano in ogni modo perché questi fausti eventi della comunità cristiana siano posti nella massima luce e siano anche celebrati con la fede più fervida.
Tutte le volte che ci è dato il tempo e la possibilità, o vogliamo essere presenti di persona alle sacre celebrazioni, o facciamo in modo che la nostra persona vi venga rappresentata da un nostro strettissimo collaboratore nel nostro ministero apostolico, poiché non sembri che manchi nessun segno della nostra sollecitudine nè alcun aiuto ad una maggiore solennità ed efficacia. Pur avendo l’intenzione di presiedere alla chiusura del congresso il 12 giugno e di rivolgere il saluto di congedo ai partecipanti, tuttavia vogliamo che fin dall’inizio del congresso assista, presieda e partecipi alle celebrazioni chi sa rappresentare e ben esporre il nostro pensiero riguardo alla grandezza e alla necessità di questo celeste sacramento.
Con questa lettera perciò nominiamo te, venerabile nostro fratello, inviato speciale al ventunesimo Congresso eucaristico italiano, che si celebrerà a Reggio dal 5 al 12 giugno.
Mentre ti affidiamo questo incarico di rappresentarci come inviato speciale, ti esortiamo a ricordare con le tue parole il tema proprio e particolare del congresso, tema che non poteva essere più pertinente: “Eucaristia – sacramento di unità: «Un solo pane, un solo corpo siamo molti; infatti partecipiamo dell’unico pane»” (1 Cor 10, 17). In un mondo lacerato da contrasti sempre più gravi, come possiamo vedere, e per un’umanità turbata da discordie, guerre, atti di terrorismo, senza dubbio il rimedio divino è per tutti nella luce della vera fede, in un vero sentimento religioso, nell’origine della vera devozione e di tutta la verità: tutti questi fondamenti di solidissima unità e questi semi si trovano abbondantemente nell’augusto sacramento dell’altare.
I fedeli nutriti alla mensa eucaristica sono forti di una nuova virtù grazie alla quale possono essere testimoni e difensori della pace di Cristo sia in famiglia sia nella società e così contribuire ogni giorno moltissimo a costruire la vera unità della società umana.
Aspettiamo perciò da ogni Congresso eucaristico copiosa messe di frutti spirituali, e in particolare da questo Congresso italiano.
Rivolgiamo fervide preghiere a Dio che i cattolici di questa città grazie alla partecipazione al mistero eucaristico divengano per così dire antesignani della rinnovata unità tra gli uomini.
Impartiamo infine a te, venerabile nostro fratello la benedizione apostolica come sostegno per il tuo incarico e a tutti i partecipanti al congresso come valido aiuto.
Vaticano, il 4 maggio 1988, decimo anno del nostro Pontificato.
IOANNES PAULUS PP. II
http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/letters/1988/documents/hf_jp-ii_let_19880504_card-pappalardo_it.html
Grazie a tutti.
Gentile Filippo,
Bentornato in Terra di nessuno. Rispondo in questa sede al suo commento rilasciato stamani al mio articolo “Sull’elezione del nuovo vescovo ausiliare di Palermo”, per via dei temi cui lei accenna:
Il 15 settembre, XIV anniversario dell’assassinio di don Pino Puglisi, il prof. Massimo Naro -fratello del compianto vescovo Cataldo- ha tenuto una bellissima conferenza sulla figura del martire e dell’educatore Puglisi, nell’auditorium circoscrizionale di Brancaccio. Erano invitati gli insegnanti di religione di Palermo (e per l’occasione c’era pure il Provveditore agli studi). Ce n’erano una decina. E un solo prete. Invece alla fiaccolata della sera i preti, oltre al Parroco di Brancaccio, erano addirittura tre.
E’ colpa: A) della buonanima di Pappalardo; B) del malgoverno di De Giorgi; C) della nomina di Cuttitta; D) del motu proprio sul rito tridentino?
P.S. Dimenticavo: al cimitero i preti erano due. Se c’era qualche ex, professore o pensatore di Repubblica, non me ne sono accorto.
Filippo.
Fin qui il suo intervento.
Una volta, Dante Alighieri fu trascinato davanti ad un tribunale ecclesiastico con l’imputazione di miscredenza. Un tale lo accusava di non essersi genuflesso all’elevazione della Santissimo Sacramento. Dante si difese dicendo di essere talmente immerso nella meditazione del Mistero Eucaristico da non essersi accorto che la solenne Liturgia fosse giunta al momento culminante. Egli concluse la sua breve difesa chiedendosi cosa passasse, invece, per la testa del suo accusatore, evidentemente più intento a spiare i presenti, che ad adorare il Corpo di Cristo.
Leggendo i commenti di quetso blog, potrà constatare di non essere stato l’unico utente di Terra di nessuno a partecipare a quella conferenza. Il problema di un clero palermitano così disgregato e demotivato, è certamente grave. Personalmente condivido il suo giudizio e aggiungo che, secondo la mia bastonabilissima opinione, la risposta giusta è la prima che ha detto. Opponga le sue tesi, se vuole. Ma non credo sia un tema che si possa trattare armandosi dei criteri che lei propone, sulla base della contabilità di chi c’è o non c’è alle manifestazioni ufficiali. Non aggiungo altro, perché già don V. le ha risposto su questo.
Volevo anche chiederle: perché non si pone in un atteggiamento più costruttivo, come hanno già fatto L. e Marco, magari offrendo ai lettori di questo blog un resoconto della conferenza di Massimo Naro?
Grazie. Giampiero.
“Quando il saggio indica la luna, lo stolto si ferma a guardare il dito” (proverbio, credo, indiano). Il deserto istituzionale (cioè civile, ecclesiastico, accademico, etc) attorno al ricordo di Don Puglisi non può essere ridotto a mera contabilità; e farlo rilevare è già di per sè un fatto costruttivo, trattandosi di un fatto gravissimo. Nè mi pare sia consolante il riferimento dantesco: dovremmo dedurre che mentre P. Puglisi era “solo” gli altri, in compenso, erano “immersi” nella considerazione del suo difficile ministero. Ognuno a casa propria. Un po’ come la famosa citazione (che non è di T. Livio) “dum Romae consulitur…”.
Ma tanto la colpa è di Pappalardo!
Sì, si, certo, Filippo, certo.
Le dirò anch’io un proverbio, inventato da me in questo istante: “Quando il saggio non sa più che dire, può sempre dire che quello che intendeva dire non è ciò che sembrava volesse dire”. Le piace? Gliene faccio omaggio. S’intitola “Mossa convenzionalistica”. Funziona sempre e per tutte le discussioni. Tanto, i propri interlocutori sono sempre stolti, per definizione.
Le dirò io qualcosa che è veramente grave in queste nostre povere Chiese. Mi risulta che, alcune settimane fa, sia arrivato sulla scrivania del Vescovo ausiliare il seguente fax:
RODOLFO GUAJANA, LA CUI AZIENDA E’ STATA INCENDIATA DAGLI ESTORTORI, E CHE HA DENUNZIATO AI CARABINIERI LE DIVERSE INTIMIDAZIONI RICEVUTE (COLLA NEI LUCCHETTI, BOTTIGLIE INCENDIARIE DINANZI ALL’AZIENDA), CHE HA ADERITO AL MOVIMENTO “ADDIO PIZZO”, E’ MINISTRO STRAORDINARIO DELLA COMUNIONE, VOLONTARIO PRESSO L’OSPEDALE VILLA SOFIA PER ASSISTERE SPIRITUALMENTE GLI AMMALATI COME COLLABORATORE DEL CAPPELLANO, ANIMATORE LITURGICO NELLA CAPPELLA DI VILLA SOFIA, QUOTIDIANAMENTE PARTECIPA ALL’EUCARISTIA.
SONO CERTO CHE LA SUA FERMA OPPOSIZIONE ALLA VIOLENZA MAFIOSA DEL PIZZO ABBIA COME FONDAMENTO LA SUA COERENTE FEDE CRISTIANA.
Il parroco …
Come lei ben sa, nonostante questo, nulla e nessuno si è mosso per Guajana dagli ambienti ecclesiastici. Ecco, grave è il silenzio e l’assenza della Chiesa locale su fatti come questi, grave è che omertà e latitanza della Chiesa locale vengano giustificate con l’equivalente di un’alzata di spalle (”Non possiamo fare comunicati per ogni cosa…”); grave è che dei seminaristi siano sorpresi in pubblico in atteggiamenti equivoci e i superiori non fanno nulla, non sanno che fare; grave è che nostri preti vengano visti vendere o comprare sesso per le strade, e nessuno fa nulla, nessuno sa che fare; grave è che noti omosessuali e pedofili siano installati in posti-chiave delle nostre diocesi, e nessuno fa nulla, nessuno sa cosa fare. Gravissimo è che l’evangelizzazione e la cura d’anime siano sempre meno praticate nelle nostre Chiese perché diminuiscono sempre più preti e laici che, per formazione, siano in grado di farle e farle bene.
Che le piaccia o no, queste cose sono troppo diffuse e risalenti per poterle imputare a De Giorgi.
“Gesù alzò lo sguardo ed ebbe compassione di loro perché erano come pecore senza pastore; venite a me, vi farò riposare”.
Ignazio di Antiochia († 107) fu un vescovo dell’Asia Minore dell’inizio del II secolo.
È venerato come santo dalla Chiesa ortodossa e dalla Chiesa cattolica, ed è annoverato fra i Padri della Chiesa. Fu il secondo successore di Pietro come vescovo di Antiochia di Siria, cioè della terza città per grandezza del mondo antico mediterraneo.
Sotto la persecuzione (98-117) dell’imperatore Traiano fu imprigionato, condotto a Roma sotto la scorta di una pattuglia di soldati, e ivi morì martire nel 107 divorato dalle fiere.
Ignazio di Antiochia che si rivolge alla comunità di Smirne: «Là dove c’è Gesù Cristo
ivi è la Chiesa cattolica»
La missione episcopale richiede spirito di sacrificio verso Dio e verso tutto il “gregge dei battezzati”, i seminari devono forgiare impeccabili ministri di Gesù Cristo, gravi responsabilità pesano sulle guide.
GESU’ SI ASPETTA TUTTO QUESTO DAI SUOI APOSTOLI, QUINDI IL PAPA E INSIEME A TUTTI I VESCOVI DI ROMA SI ASPETTA CONCRETEZZA:
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Roma, 17 set. (Apcom) – Dopo la recente recrudescenza di violenza della criminalità organizzata nel Mezzogiorno – un fenomeno che non ha risparmiato, a primavera, una cooperativa agricola gestita dall’associazione Libera di don Ciotti – il presidente della Cei, monsignor Angelo Bagnasco, ricorda “la testimonianza che offrono i nostri confratelli vescovi nelle zone più tribolate dalle malversazioni e dai delitti di mafia, camorra e ‘ndrangheta”.
L’occasione è la prolusione ai lavori del Consiglio permanente della Cei, una sorta di ‘parlamentino’ dell’episcopato italiano che si riunisce a Roma da oggi a mercoledì prossimo. “Non possiamo puntare al ribasso nella vita cristiana, stemperando le esigenze alte del Vangelo e percorrendo la strada dei compromessi dottrinali o morali”, afferma l’arcivescovo di Genova parlando dei missionari che vivono in situazioni difficili. “In un simile contesto – prosegue Bagnasco – amiamo ricordare la testimonianza che offrono i nostri confratelli vescovi nelle zone più tribolate dalle malversazioni e dai delitti di mafia, camorra e ‘ndrangheta: sappiano che siamo loro vicini e solidali, che li sosteniamo con la preghiera, ammirati della loro dedizione al Vangelo e dell’attaccamento al popolo loro affidato”. Il presule augura, in tal senso, che l’episcopato italiano voglia “riprendere e aggiornare” la riflessione che anni fa si concluse con il documento dei vescovi italiani ‘Sviluppo nella solidarietà. Chiesa Italiana e Mezzogiorno’ (1989).
Bagnasco rivolge un pensiero al Mezzogiorno anche quando parla dei prossimi impegni del Papa. Citando l’appuntamento del 21 ottobre a Napoli, il presidente dei vescovi italiani sottolinea come Papa Ratzinger “andrà a rinforzare il desiderio di rinascita che quella gente esprime in una tribolata realtà sociale ed economica”.
http://notizie.alice.it/notizie/politica/2007/09_settembre/17/mafia_mons_bagnasco_vescovi_impegnati_nelle_aree_difficili,13149349.html
COME VOLEVASI DIMOSTRARE, SIG. GIAMPIERO: QUI, COME GIA’ NEL BLOG DEDICATO ALL’ELEZIONE DI MONS. CUTTITTA, QUALCUNO INIZIA A DISCUTERE SULLA SCORTA DELLE SOLLECITAZIONI O DELLE PROVOCAZIONI DATE DAL WEBMASTER, MA QUASI SUBITO DOPO QUALCHE ALTRO INTERVIENE A CONFONDERE LE ACQUE E A SVIARE LA DISCUSSIONE. MI CHIEDO SE CIO’ AVVENGA VOLUTAMENTE, IN MODO CALCOLATO, OPPURE SENZA PIENA AVVERTENZA DA PARTE DI CHI CAUSA UN ESITO DEL GENERE. PENSO CHE AVVENGA PER ENTRAMBE LA RAGIONI. ARRIVEDERCI IN UN ALTRO BLOG.
COMUNQUE, DATO CHE AVEVO GIA’ “SBOBBINATO” UN BRANO DI UN INTERVENTO FATTO DA DON MASSIMO NARO SULL’ASSASSINIO E SUL MARTIRIO DI DON PUGLISI, CHE IO CONDIVIDO APPIENO, PER PROPORLO A TUTTI GLI INTERLOCUTORI DI QUESTO BLOG, SEGUENDO IL CONSIGLIO SUGGERITO DAL SIG. GIAMPIERO A “FILIPPO”, LO TRASCRIVO QUI: NON SI SA MAI CHE QUALCUN ALTRO DIA UN SUO CONTRIBUTO SUL “TEMA” QUI DISCUSSO.
«Don Puglisi ossia vangelo contro mafia»: così m’è capitato di sentir dire da qualche commentatore della vicenda martiriale di don Pino. Una tale espressione, vuoi o non vuoi, a mio parere instrada verso un’interpretazione non corretta di tale vicenda.
Secondo me don Puglisi tutto può essere stato tranne che un prete “anti”-mafia. Come pure il vangelo: tutto può essere tranne che un’arma da usare “contro”. Esso è stato annunciato sempre non “contro” ma “ai” peccatori. Per la loro salvezza e non per la loro condanna, come ha detto Gesù stesso. Penso che la frase appena ricordata non aiuti a capire tutto questo. E non aiuti a capire ciò che ho tentato di balbettare sul valore e sul senso dell’impegno civile di don Puglisi e sul suo martirio. Io sono convinto che valga per don Puglisi ciò che vale per ogni prete. Spesso si parla del “ministero” del prete, del ruolo cioè che il prete ha nel vissuto pastorale della parrocchia o, più generalmente, nella società. Si parla, insomma, di ciò che il prete fa, di ciò che deve saper fare. Ed è un discorso importante. Ma quando ci si ferma solo a questo livello del discorso sul prete si rischia di averne poi una concezione e una comprensione dimidiata, solo funzionalistica. Al discorso sul ministero si deve sempre accompagnare il discorso sul “mistero”. Ossia al discorso sull’orizzonte umano in cui si colloca la figura e l’operato del prete, fratello tra i fratelli, si deve accompagnare la riflessione sull’orizzonte in cui trova davvero origine la sua esistenza e la sua missione, l’orizzonte in cui il prete sta al cospetto di Dio, incrocia il suo sguardo e vede il mondo, in cui pur è inviato come prete, con gli occhi stessi di Dio.
È in questo senso che mi colpisce l’appello alla conversione che don Puglisi non cessò mai di indirizzare ai mafiosi del suo quartiere: in una predica nella sua chiesa di San Gaetano del 20 agosto 1993, ormai vicino il fatidico 15 settembre in cui fu ucciso, ribadendo la sua condanna contro la violenza dei boss che taglieggiavano e intimidivano la gente di Brancaccio, don Pino disse anche che costoro erano persone battezzate a San Gaetano e che perciò rimanevano pur sempre «figli di questa chiesa». Come ammette pure Bianca Stancanelli nella sua biografia di don Pino (intitolata: “A testa alta”), fu questo un appello alla conversione, fu un annuncio di speranza cristiana rivolto anche ai più incalliti peccatori, che però venne frainteso come una minaccia in codice, come un messaggio trasversale per dire ai mafiosi che il parroco conosceva i loro nomi e che si preparava a colpirli. E tutto ciò portò i boss di Brancaccio a decretare la condanna di don Puglisi. Fu un abbaglio che indusse quei mafiosi a percepire solo la denuncia delle loro malefatte e non pure l’annuncio della loro possibile redenzione.
Penso che forse questo tragico malinteso serpeggi ancora, anche tra gli osservatori di parte ecclesiale. Soprattutto se questi cedono alla tentazione di dissociare la denuncia dall’annuncio, il ministero dal mistero, l’impegno civile dall’ispirazione evangelica. Se don Puglisi avesse praticato questa dissociazione non sarebbe stato l’umile parroco di Brancaccio, ma un coraggioso assistente sociale. Non sarebbe stato un martire cristiano, ma un eroe ucciso dai suoi nemici. Sarebbe stato ugualmente un grande testimone. Ma forse non un testimone del vangelo».
La reazione al proverbio non sana la quaestio. E il deserto intorno a Brancaccio rimane, esattamente come quello denunciato a proposito di Guayana. Sulla vigilanza circa i comportamenti di preti e seminaristi sono drastico. Il problema è che se il Magistero scrive nero su bianco che il sospetto di omosessualità può precludere qualsiasi pemanenza in Seminario, le anime belle insorgono gridando all’omofobia; se, anche maldestramente, con preteso spirito di carità si cerca di rimediare nascostamente, si finisce col fare indebite coperture. Se un prete che convive more uxorio in canonica lo si lascia in pace, con qualche ammonimento a mezza voce, è uno scandalo; se invece lo si allontana o lo si sospende si fa una grave ingiustizia. E giù con discussioni sul celibato, etc.
Non trovo un proverbio per questa situazione, mi appello alla Sua fantasia.
Cara Lory,
Grazie infinite per il prezioso e faticoso lavoro che ha messo a disposizione dei lettori. Desidero ringraziare, attraverso lei, anche don Massimo. Ho inserito il brano anche nella Biblioteca di Terra di nessuno, con il titolo Puglisi: Mistero e ministero, perché abbia maggiore visibilità.
Per consultarlo:
http://terradinessuno.wordpress.com/biblioteca-di-terra-di-nessuno/massimo-naro-puglisi-mistero-e-ministero/
Se le è possibile, mandi un curriculum sintetico di M. Naro, con i titoli delle sue maggiori pubblicazioni.
Grazie anche a Marco, per le sue puntuali e intelligenti selezioni documentali.
Caro Filippo,
vedo che cominciamo a capirci.
Adesso, dia ascolto a L. e faccia un altro passo: non ceda alla tentazione di personalizzare il dibattito e parliamo liberamente di Pappalardo e Puglisi, dell’importanza di queste due figure storiche contemporanee per il cattolicesimo italiano.
Grazie. Giampiero.
IO CONOSCO DON NARO MA LUI NON CONOSCE ME. DEL SUO CURRICULUM POSSO SOLO RIFERIRE CHE E’ IL RETTORE DEL SEMINARIO DI CALTANISSETTA, DIRIGE IL CENTRO STUDI CAMMARATA DI SAN CATALDO (CHE E’ UN PAESE DELLA DIOCESI DI CALTANISSETTA) E INSEGNA TEOLOGIA A CALTANISSETTA E A PALERMO.
HO CONTROLLATO IL CAPITOLO DEDICATO A DON PUGLISI NEL LIBRO “TEOLOGI IN GINOCCHIO” VERIFICANDO CHE IL TITOLETTO DA LEI SCELTO, SIG. GIAMPIERO, E’ PROPRIO UNO DEI TITOLETTI PRESENTI NEL CAPITOLO STESSO.
Rimanete in me ed io in voi. Come il tralcio non può dare frutto da se stesso, se non rimane nella vite, così neppure voi, se non rimanete in me (Gv 15,4).
Non dà più frutto quello di maggior talento, il più simpatico, il più prudente secondo il mondo, il più studioso, il più amabile; lo dà quello che è più unito a Cristo; quello che vive l’unione perfetta, completa e perseverante.
Chi non è coerente con l’osservanza della Parola di Dio, inganna se stesso.
Vescovi, che per divina istituzione sono successori degli Apostoli, mediante lo Spirito Santo che è stato loro donato, sono costituiti Pastori della Chiesa, perché siano anch’essi maestri di dottrina, sacerdoti del sacro culto e ministri del governo (Can. 375).
Ripeto che i successori degli apostoli hanno grandi responsabilità nei confronti del “gregge “di Dio, in questi tempi moderni ci sarebbe bisogno di un evangelizzazione continua in tutti gli strati sociali, una testimonianza eroica della verità.
La missione salvifica della Chiesa non è di facile attuazione, quanti sacerdoti missionari sono stati torturati e uccisi nel compimento del proprio dovere, così come gli apostoli di Gesù Cristo.
Nei tempi attuali, i vescovi che non possiedono tale eccezionale prerogativa possono invocare la forza direttamente dal Paraclito, giungendo alla santità piena.
Ogni cristiano può crescere in santità, dipende dalla disponibilità di cuore.
La visione aziendalistica dell Chiesa si oppone a quella apostolica, bisogna far attenzione con quale ottica seguiamo Cristo.
Grazie a tutti.
Grazie, Lory; lei è sempre molto attenta.
Non ho letto “teologi in ginocchio”: ho scelto il titolo “Mistero e ministero” perché sono termini specificamente teologici attorno ai quali chiaramente è imperniato il brano di Massimo Naro, che lei ha proposto. Inoltre, la tesi che traspare da quel testo era già del fratello di Massimo, Aldo Naro. Infine è una posizione che anch’io condivido, da anni, e di cui ho più volte parlato con Aldo. Ho collaborato con lui con due interventi in conferenze del Centro Cammarata, uno dei quali compare nel libro, S. DIPRIMA (a cura di), Per un discorso cristiano di resistenza alla mafia, Caltanissetta-Roma 1995. Si può vedere il testo di quelle due conferenze (con la tesi del movente teologale dell’impegno sociale di Puglisi) anche tra i saggi di Terra di nessuno:
http://terradinessuno.wordpress.com/chiesa-e-mafia/mafia-struttura-di-peccato/
http://terradinessuno.wordpress.com/chiesa-e-mafia/puglisi-e-livatino-martiri-per-la-giustizia/
Lo stralcio di Massimo Naro, da lei riprodotto, è stato registrato il 14 settembre a Brancaccio?
NO, MA IN UNA PRESENTAZIONE DI UN PICCOLO VOLUMETTO SU DON PUGLISI QUALCHE TEMPO FA NELLA FACOLTA’ TEOLOGICA DI PALERMO.
LA VICENDA DI DON PUGLISI HA SEMPRE ATTIRATO LA MIA ATTENZIONE. TRASMETTO LA SCANNARIZZAZIONE DI UN’INTERVISTA A MONS. CATALDO NARO APPARSA SULLA RIVISTA JESUS NEL SETTEMBRE 2003:
«Risponde alle domande con la meticolosità dello storico. Monsignor Cataldo Naro, arcivescovo di Monreale dal dicembre 2002, si ferma, nel discorso, solo quando i do-cumenti non possono suffragare le ipotesi. Non ama parlare per sentito dire o per con-getture suggestive, ma non dimostrabili. Si attiene ai fatti. “Il martirio di padre Pino Puglisi”, esordisce, “è stato un evento rivelatore per la Chiesa di Palermo e, più in ge-nerale, per tutta la Sicilia”.
In che senso rivelatore?
Il martirio evidenzia, in qualche modo, una carenza della Chiesa, un suo limite sul piano della testimonianza cristiana; è, di fatto, una denuncia di ciò che non c’è e di cui ci sarebbe bisogno. È una sorta di appello da parte di Dio, che sembra dire: “C’è qualcosa in questa Chiesa che non è secondo una testimonianza di fedeltà piena al Vangelo”. E, dall’altro lato, però, rende anche evidente quello che già esiste. Non ci può essere un martirio senza che ci sia un retroterra, un ambiente che lo esprime, una realtà che è stata capace di prestarsi a questo dono dello Spirito del Signore risorto.
Lei parla di ambiente che esprime il martirio. Quanto questo ambiente sosteneva padre Puglisi?
Ci si può chiedere se davvero don Pino Puglisi fosse, come spesso si dice, isolato nella Chiesa di Palermo. Ci sono diverse spie che indicano un rapporto stretto con la diocesi: era direttore del Centro vocazionale, professore di religione in uno dei licei più prestigiosi di Palermo, assistente della Fuci, e, fin dai primi anni del suo ministero, in stretto rapporto con il movimento della Presenza del Vangelo. Un movimento, fondato nel ’47 dal francescano padre Placido Rivilli, che intendeva contribuire alla ricostruzio-ne della Sicilia, dopo le devastazione fisiche e morali della guerra, sulla base di un ap-proccio diretto al Vangelo. Sottolineo questo rapporto, perché la frequentazione del mo-vimento dà a Puglisi la capacità di confrontare istintivamente le sue scelte con il Vange-lo. Si raccontano poi anche diversi episodi di incomprensioni e difficoltà, ma sono isola-ti e non credo abbiano un grande significato. Quel che è certo, comunque, è che padre Puglisi era espressione di qualcosa che andava preparandosi nella Chiesa palermitana. Da questo punto di vista, dunque, non credo fosse un prete isolato.
Cosa si stava preparando a Palermo e in Sicilia?
Dopo i tempi del cardinale Ernesto Ruffini, originario di Mantova, fu il siciliano Sal-vatore Pappalardo a inaugurare una pastorale con al centro il tema della promozione umana. Secondo il cardinale Pappalardo si imponeva un legame tra azione della Chiesa e territorio. Ebbene, Puglisi è espressione di questa pastorale aperta all’esterno, capace di farsi carico anche di problemi civili. Va vista in questa ottica sia la collaborazione del parroco di Brancaccio con il comitato intercondominiale che già operava nel quartiere in difesa di alcuni diritti, sia il lavoro per il recupero del palazzo in via Hazon che la mafia utilizzava per i propri fini. Tale impegno non è “accanto” a quello sacerdotale, ma parte integrante del suo ministero. Questo in Puglisi è chiarissimo.
Il suo assassinio ha, secondo lei, segnato una svolta nell’impegno antimafia della Chiesa siciliana?
Si deve partire da lontano. All’inizio, subito dopo l’unità d’Italia, c’è stato un silen-zio totale della Chiesa su questo tema. La mia convinzione è che la Chiesa si sentisse estranea allo Stato italiano e quindi vedesse il problema mafia come un qualcosa di cui dovevano occuparsi le autorità di uno Stato che essa avvertiva come nemico e di cui si augurava il crollo. Era un silenzio nato da un’estraneità ostile. È impressionante che, persino nella stagione dei grandi arresti di mafiosi durante il fascismo, al tempo del pre-fetto Mori, non ci sia stato un solo documento ufficiale di un vescovo siciliano in cui si prendesse posizione o almeno trovasse eco il problema della mafia. Poi arriva il cardina-le Ruffini, che per la prima volta, in un documento ufficiale, una lettera pastorale, usa la parola “mafia”. Lo Stato era allora guidato da cattolici, apertamente tali, e la Chiesa sentiva di potersi esprimere su una questione che non riguardava solo le autorità civili e politiche: era una macchia per tutta la Sicilia. Ed è significativo, comunque, che il car-dinale parlasse di mafia facendo suoi i giudizi della classe dirigente di quel momento: si tratta solo di delinquenza comune, non è un male tipico della Sicilia, scriveva. È con il cardinale Pappalardo che comincia la denuncia ferma e aperta. E mentre la mafia non esita a colpire, con attentati cruenti, anche personalità dello Stato di altissimo livello, la Chiesa si sintonizza con il sentimento di ripulsa della società civile verso la criminalità organizzata, facendolo suo, e offrendo il suo sostegno alla lotta contro il fenomeno ma-fioso.
Ma la Chiesa aveva percezione di ciò che accadeva?
Certamente sì, anche per l’epoca precedente. Gli archivi ecclesiastici dimostrano che la Chiesa del tempo sapeva cos’era la mafia e anche chi erano i suoi capi. Mancava però una valutazione del fenomeno, un suo giudizio alla luce del Vangelo.
Quando comincia questa comprensione?
Con il discorso di Giovanni Polo II nella Valle dei Templi nel 1993. Il papa, che in-voca il giudizio di Dio e indica la mafia come peccato sociale, è il primo a parlare con categorie ecclesiali. Già il cardinale Pappalardo aveva preso le distanze dalla mafia, ma lo aveva fatto sostanzialmente con categorie civili. Con il discorso del papa si aggiunge qualcosa di nuovo. Il martirio di Puglisi è collegato: fa comprendere che la resistenza alla mafia non si gioca solo sul piano civile, ma con il retroterra di fede dei credenti. È un passo in avanti anche nel modo di intendere il ministero sacerdotale.
Qual era il modo di Puglisi di essere prete?
C’era stata, tra Ottocento e Novecento, la stagione dei preti “leonini”, tutti impegnati a livello sociale e politico. Subito dopo si era affermato il modello di prete di Pio X, cioè di un clero che si spende nella catechesi, nella formazione cristiana, nella parroc-chia. Questo è il modello che ha dominato anche dopo il Vaticano II. Puglisi si forma in questo clima ed è prete così. Si potrebbe anche definire qualunquista rispetto alla politi-ca perché se ne tiene lontano. Poi però non resta neppure chiuso in sacrestia, ma si apre in modo creativo a un’azione sul territorio. Interpreta il suo ministero sacerdotale come assunzione dei problemi della comunità. Questa è una prospettiva nuova, un modello di prete che in qualche modo, a Palermo, è il frutto dell’episcopato di Pappalardo.
Cosa è cambiato a distanza di dieci anni?
Puglisi ha spiegato, con la sua vita e il suo martirio, che il terreno proprio della Chie-sa per contrastare la mafia è quello della formazione di tutta la comunità ecclesiale, ma soprattutto delle nuove generazioni. La Chiesa siciliana sta lavorando su questo punto, ma la lezione di Puglisi va ancora assorbita pienamente. Il cambiamento è in itinere, ma c’è ancora molta strada da percorrere.»
Cosa vuoi che cambi gentile “L”?
E’ il cuore che deve cambiare, la mentalità!
In quell’intervista Aldo Naro mostra il suo consueto rigore intellettuale. Ma allora egli era pur sempre il Preside della maggiore istituzione accademica ecclesiastica in Sicilia e rimane molto controllato su alcuni punti. Qui, ad esempio, Naro asseconda l’intervistatore dilungandosi sull’humus della formazione e dell’impegno di Puglisi; ma l’affermazione più interessante, che il martirio è anche un appello all’esame di coscienza collettivo ed al pentimento, rimane non approfondita. Vedi anche dove dice “la lezione di Puglisi va ancora assorbita pienamente”.
Nelle conversazioni private e nella produzione scientifica era più sciolto e anche più illuminante. Anche se il problema è di natura principalmente pastorale, sono stati in primo luogo gli storici della Chiesa ad avviare una riflessione critica.
“perché la chiesa sia segno di una nuova cultura e di limpidezza evangelica, non si può ancora difendere in ogni caso il vecchio sistema ecclesiastico, poco attento alla libertà ed alla dignità della persona, più preoccupato della difesa dell’autorità che della verità [...] rimangono da riesaminare meccanismi di potere, organismi di partecipazione, scelte nelle nomine dei vescovi e degli altri responsabili ecclesiastici, rispetto della persona all’interno della stessa comunità ecclesiale, contenuti della predicazione” (M. Stabile, 1993, citato da Naro in una conferenza, nel 1995).
Poi ci sono affermazioni di Naro sulle quali non mi sento di concordare. Che il modello sacerdotale di Puglisi richiamasse quello leonino, per via dell’impegno sociale e di Pio X, per ciò che riguarda invece l’insistenza di Puglisi sulla formazione, e di Pappalardo, per quanto riguarda, infine, l’attenzione al territorio, forse perde di vista l’influsso, più potente su Puglisi, anche perché più immediato nel tempo, del Vaticano II e del rapporto diretto con il Vangelo.
Infine, mi sembra di poter cogliere tra le righe, una critica, che condivido, al ritardo di riflessione anche da parte degli intellettuali cattolici sulla questione Chiesa-mafia, e soprattutto nella comunità scientifica teologica. Naro non nascondeva la convinzione che il nocciolo religioso della vicenda di Puglisi non solo non era ancora stato toccato ma spesso veniva rimosso. Sempre nel 1995, Naro scrive: “Il teologo Giuseppe Ruggieri ha scritto di “un’effettiva provocazione” per la coscienza cristiana rappresentata dal fatto che il fenomeno mafioso “alligna proprio in una società ‘cristiana’ e non pare entrare in contrasto con una sensibilità religiosa “in cui la chiesa ha avuto un’incidenza secolare”". Le parole di Ruggieri citate da Naro sono praticamente identiche a quelle urlate da Giovanni Paolo II ad Agrigento nel 1993, ma risalgono al 1986.
PROF. TRE RE, MI SEMBRANO FUORI LUOGO LE IMMAGINI CHE UTILIZZA IN TUTTI POST CHE RIGUARDANO ARGOMENTI DI CHIESA, NON E’ GRADEVOLE PERCEPIRE ALLUSIONI.
INOLTRE , NON LEGGO DA NESSUNA PARTE LE SUE IDEE RISOLUTIVE ALLE VARIE TEMATICHE, IL FINE DEL DIALOGO LASCIA IL TEMPO CHE TROVA!
CONSIDERATO IL FATTO CHE LEI COMMENTA E/O FA COMMENTARE SENZA SCRIVERE POSSIBILI RISOLUZIONI.
ATTENDO UNA SUA RAPIDA RISPOSTA, NON SI PREPARI LA SOLITA LEZIONE DI FRASI FATTE, LA RINGRAZIO PER L’ATTENZIONE.
Sig. Piero.
CAMBI LE IMMAGINI SE POSSIBILE!
Gentile Piero,
Le porgo il mio benvenuto in Terra di nessuno.
Sulla scelta delle immagini ho già risposto due volte. Vedi:
http://terradinessuno.wordpress.com/2007/07/23/lorco-che-ce-nella-chiesa-degli-angeli/#comment-456
http://terradinessuno.wordpress.com/benvenuti/about/#comment-869
Non le piace questa immagine? L’ho scelta con un intento metaforico, per le figure a sinistra, poveri e miserabili che, ignorati dalla morte, la invocano come loro salvezza, le cadaveriche figure di ecclesiastici, al centro, mentre in alto, spensierate figure di gaudenti, in un giardino di delizie, ignorano di stare per essere colpite (per vederle, clicchi sull’immagine). Ricorda certe possenti pagine del profeta Geremia. Solo guardando la morte per quella che è si può davvero capire che significa il martirio, o che la nostra salvezza ha richiesto la morte di Dio. L’altra ragione per cui ho scelto quest’immagine: è la prova che persino nel Medio Evo, anche a Palermo, c’è stata gente libera di esprimersi, forse più di noi, oggi.
Al webmaster è certamente possibile cambiare le immagini, ma non intendo farlo, così come non ho mai cancellato i commenti di nessuno. Tutti gli utenti in Terra di nessuno sono liberi e si assumono la responsabilità di quello che dicono o fanno. Ovviamente, anch’io.
Il dialogo è aperto, per sua natura: non ha alcun fine che se stesso. Sicuramente non ha il fine di dare risposte preconfezionate o di placare ansie. Chiudere il dialogo è esattamente ciò che non voglio. I lettori leggono, ascoltano questo e quello e poi si formano un loro giudizio.
A quali mie frasi esattamente si riferisce, chiamandole “fatte” e “solita lezione”?
Lei attende una risposta, ma che sia rapida. Suppongo, sull’argomento che è qui sul tappeto.
Ecco. La questione, ormai, sta nel capire perché un’ideologia così antievangelica come la mafia alligna nella cultura siciliana, non già “nonostante” la sua secolare tradizione cristiana, ma proprio “in forza” di quest’ultima.
L’INTENTO DEL MIO COMMENTO ERA QUELLO DI VOLER SAPERE DA LEI, QUALI PROPOSTE RISOLUTIVE PROPONE PER LE PROBLEMATICHE TRATTATE IN ” TERRA DI NESSUNO”. E’ FACILE COMMENTARE SENZA PROPORRE, O MI SBAGLIO?
LE RISPONDO CON ESTREMA FACILITA’ ALLA SUA DOMANDA:
A PAROLE TUTTI POSSONO DIRE DI AVERE FEDE E DI ESSERE DISCEPOLI DI CRISTO, MA IL VERO DISCEPOLO E’ COLUI CHE VIVE LA PAROLA DI DIO, NEL PROFONDO DEL CUORE E NELLA VITA QUOTIDIANA.
TUTTO IL RESTO E’ PAGANESIMO, FALSA CRISTIANITA’.
LEI MI VUOLE COMINICARE CHE LE IMMAGINI SONO UNO,NESSUNO,CENTOMILA (PIRANDELLO) ?
NON CONCORDO, LEI COMANDA QUI E SE LE TENGA STRETTE.
PERSONALMENTE AVREI MESSO IMMAGINI DI SPERANZA!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
(COME WEBMASTER LEI DOVREBBE MODERARE SEMPRE I COMMENTI,PRESUMO!)
Signor Piero,
Questo sito cerca di offrire spazi di dialogo tra persone, indipendentemente dalle loro credenze, sulla base della comune natura discorsiva dell’intelletto umano, l’universale capacità di amare, e soprattutto nella convinzione che la parola e la vita di Gesù di Nazareth costituiscono pur sempre le radici comuni dell’universo spirituale dell’Occidente.
Se lo ritiene utile, faccia un giro in Terra di nessuno, legga, prenda quello che vuole, si faccia un’idea e parliamone, se vuole; di tutto ciò che vuole. La risposta che lei cerca è nel dialogo stesso. Spesso la domanda di uno può essere risposta per un altro.
Le immagini sono polisemiche, certo. Però ammettono un numero limitato di significati, per quanto grande. Infiniti significati, infatti, equivarrebbe a nessun significato.
Ognuno ha un suo stile, anche nel comunicare, tutto qui.
Come webmaster potrei anche non ammettere commenti, ma io voglio mettere in discussione quello che penso e dico…
CARO SIG. GIAMPIERO, HO LETTO I SUOI RECENTI COMMENTI QUI ESPOSTI CIRCA IL RAPPORTO MAFIA-CHIESA (ANZI:MAFIA-CRISTIANESIMO) E DEVO DIRE CHE IN ESSI C’E’ QUALCOSA CHE NON MI CONVINCE. LEI CITA RIGGIERI, DICENDO CHE IL TEOLOGO CATANESE ANTICIPA CIò CHE HA DETTO GIOVANNI PAOLO II AD AGRIGENTO E CIOE’, COME LEI POI ANCORA RIBADISCE FACENDO SUA LA TESI, CHE LA MAFIA C’E’ IN SICILIA NON SOLO NONOSTANTE MA PERFINO A CAUSA DEL CRISTIANESIMO E DELLA CHIESA. NON MI PARE AFFATTO CHE IL PAPA AD AGRIGENTO ABBIA DETTO O ABBIA VOLUTO DIRE QUESTO. ESORTANDO SEVERAMENTE I MAFIOSI A CONVERTIRSI, HA DETTO CHE I MAFIOSI NON SONO VERI CRISTIANI. ANCHE IL COMMENTO ALLE TESI DI MONS. NARO MI LASCIA PERPLESSA E MI FA PENSARE CHE LEI FORSE NON LE ABBIA CAPITE, PRIMA ANCORA DI NON CONDIVIDERLE; ANZI: LEI NON LE CONDIVIDE PERCHE’ FORSE NON LE COMPRENDE NELLE LORO PIU’ PROFONDE MOTIVAZIONI: PER MONS. NARO, MI PARE DI CAPIRE, RINTRACCIARE L’HUMUS FORMATIVO DI DON PUGLISI SIGNIFICA CAPIRE CHE CIO’ CHE LO HA MOTIVATO E SOSTENUTO FINO AL MARTIRIO E NELLA SUA TESTIMONIANZA CIVILE E’ STATO PROPRIO IL VANGELO; INFATTI, ANDARE A RINTRACCIARE I SUOI CONTATTI CON IL MOVIMENTO “PRESENZA DEL VANGELO” DI PLACIDO RIVILLI E DI LIA CERRITO, CI METTE IN CONDIZIONE DI CONOSCERE LE RADICI DEL SUO SPIRITO EVANGELICO. “INDUGIARE” SU QUEL RETROTERRA FORMATIVO NON E’ ASSECONDARE SEMPLICEMENTE L’INTERVISTATORE, MA E’ COGLIERE LA SPECIFICITA’ DI DON PUGLISI. A ME SEMBRA CHE IL MODO DI ARGOMENTARE DI MONS. NARO, PUR NELLA SUA SEMPLICITA’, RISULTA COERENTISSIMO ALLA REALTA’ DEI FATTI E ALLA REALTA’ SICILIANA, ANCHE SE CI SONO ALTRI STORICI SICILIANI E ALCUNI TEOLOGI SICILIANI CHE NON LEGGONO GLI STESSI FATTI ALLA STESSA MANIERA E, SOPRATTUTTO, CON LA MEDESIMA CHIAREZZA.
SCANNERIZZO E METTO QUI UN’ALTRA INTERVISTA DI MONS. NARO PUBBLICATA SU JESUS DEL 2005: L’INTERVISTA VERTE SU UNA RICERCA SOCIOLOGICA REALIZZATA A PALERMO, CON QUESTIONARI RIVOLTI AI PRETI; RIGUARDA ANCHE IL NOSTRO TEMA: PUGLISI, PAPPALARDO, MAFIA E CHIESA IN SICILIA: SPERO SIA UTILE A TUTTI LA LETTURA DI ESSA E MI SCUSO SE OCCUPO TANTO SPAZIO NEL RIPORTARLA.
«Non so dare una valutazione sulla scientificità della ricerca. Ho ascoltato giudizi di competenti piuttosto perplessi in proposito. Non mi meraviglierei tanto, però, se questi dati corrispondessero grosso modo alla realtà»: monsignor Cataldo Naro non ama le etichette e i luoghi comuni. In particolare quando il binomio mafia-Chiesa siciliana viene tirato in ballo come unica categoria per definire l’azione pastorale. Arcivescovo di Monreale dal dicembre 2002, già preside della Facoltà teologica di Palermo, autore di diversi volumi di storia siciliana, commenta i risultati dell’indagine proponendo precise osservazioni.
Il primo rilievo è sul fatto che la ricerca è centrata sul prete. Il sacerdote resta una figura centrale nella Chiesa, ma di fatto oggi non è più esclusiva. Se si vuol sapere come la Chiesa di Sicilia o, in particolare, quella di Palermo abbia recepito la lezione di don Puglisi la domanda è da fare a tutto campo, dev’essere rivolta anche ad altre figure ecclesiali. Mi riferisco particolarmente a quelle figure laicali che nella comunità hanno un peso e un’influenza non raramente maggiore dei preti. Penso ai responsabili dei movimenti e delle aggregazioni, ai laici direttori di uffici della curia, a quelli docenti nella Facoltà teologica, agli opinionisti che scrivono sui giornali regionali e nazionali e che a Palermo non mancano. Lo stesso don Puglisi ha potuto rendere la sua testimonianza di resistenza alla mafia, fino al sacrificio della vita, anche perché alimentava la sua spiritualità nell’appartenenza a uno di tali movimenti, quello della Presenza del Vangelo, fondato dal francescano p. Placido Rivilli e che ha contato tra i suoi responsabili la bella figura della laica Lia Cerrito. Insomma, ritengo che bisogna indagare questi diversi mondi che compongono il più vasto mondo della Chiesa, altrimenti si ha una percezione incompleta della realtà. Inoltre va detto che oggi come nel passato il prete, come altre figure della Chiesa, risente del giudizio diffuso sulla mafia. Se la società civile vive una stagione intensa di rigetto della mafia, la Chiesa vi partecipa. Se c’è un calo di attenzione, i vari mondi ecclesiali ne risentono. La Chiesa non è staccata dal quadro più complessivo della società. In un mio saggio di qualche anno fa sul “silenzio” della Chiesa siciliana sulla mafia ho mostrato come il giudizio sulla mafia del cardinale Ruffini non si discostava da quello che le autorità giudiziarie e di polizia del suo tempo davano sullo stesso fenomeno. Ed anche le affermazioni del cardinale Pappalardo, con la loro forte carica di denunzia, non sembrano distaccarsi molto dalle analisi di politici e intellettuali, cattolici e non, lungo gli anni Ottanta.
Ma il sacerdote oltre a risentire dei movimenti della società, in qualche caso deve farsene promotore o procedere autonomamente?
La domanda tocca una questione delicata: la specificità dell’analisi ecclesiale sulla mafia e la possibilità di un linguaggio sul fenomeno che attinga le sue categorie alla tradizione cristiana. A mostrare una tale possibilità è stato, a mio parere, Giovanni Paolo II. Nel suo famoso “grido” nella Valle dei Templi ad Agrigento, egli ha contribuito a dotare la Chiesa di un linguaggio “proprio”, non legato esclusivamente alle categorie “civili”, cioè un linguaggio che attinge i suoi termini alla tradizione della stessa Chiesa: giudizio di Dio, conversione, martirio. La testimonianza esemplare di don Puglisi che, come parroco, si fa carico dei problemi del territorio con una attenzione tutta particolare all’educazione delle nuove generazioni, mi sembra, da un lato, legata alla lezione del cardinale Pappalardo sul nesso pastorale-territorio e, dall’altro, profetica dell’indicazione di Giovanni Paolo II di una più fiduciosa valorizzazione della capacità formativa della tradizione cristiana. Credo che la Chiesa siciliana dovrà assumere con crescente consapevolezza e in maniera più diffusa l’insegnamento che le viene da don Puglisi.
Ritornando all’inchiesta, cosa significa il fatto che risulta che diversi sacerdoti sono confusi, incerti o tradizionalisti disattenti?
Significa, certo, come sembrano dedurre i ricercatori, che c’è cattiva informazione, che non c’è tanta voglia di impegnarsi o che permane una visione della salvezza cristiana meramente individuale; ma significa anche altro. C’è piuttosto evidente la registrazione del fatto che il clero è un gruppo umano piuttosto stratificato in senso generazionale. Ha qualche importanza che a rispondere alle domande sia un sacerdote formato negli anni cinquanta o negli anni settanta o agli inizi del nuovo millennio. Ma c’è un altro dato che mi sembra piuttosto chiaro: la resistenza dei sacerdoti, nel loro complesso, a farsi definire esclusivamente dall’impegno riguardo alla mafia. Questa percezione secondo cui il ministero ecclesiale è per la comunicazione della vita divina che abita nel cuore degli uomini e non primariamente per il cambiamento delle strutture della società rispecchia certamente una concezione “tradizionale”. Ed essa è tale semplicemente perché coerente con la grande tradizione cattolica. Ma va aggiunto con forza che deriva dalla stessa tradizione che l’offerta del dono della vita divina raggiunga gli uomini nella concretezza della loro situazione e divenga germe, storicamente visibile, dell’umanità nuova redenta nel Cristo.
E nella concretezza del vissuto siciliano c’è appunto il problema mafia. Come inquadrarlo rispetto all’azione pastorale?
Sì, è vero: in Sicilia l’annuncio cristiano non può non comprendere la proclamazione dell’assoluta incompatibilità tra l’appartenenza alla Chiesa e l’appartenenza alle cosche mafiose, tra l’esperienza cristiana e la condivisione di progetti di sopraffazione e di morte quali coltiva la mafia. Non può esserci reticenza in proposito. Come intuì don Puglisi, la via obbligata dell’evangelizzazione in Sicilia, su questo particolare punto, non può non essere quella dell’educazione dei ragazzi e dei giovani. Bisogna partire o ripartire dalle nuove generazioni nella convinzione che è possibile staccarle da una radicata mentalità secondo cui è possibile essere mafiosi o, comunque, essere conniventi con l’organizzazione mafiosa e, nello stesso tempo, partecipare alle processioni e perfino pensare di vivere un rapporto con Dio. È questa la via che la Chiesa siciliana è chiamata a percorrere con costante impegno pastorale.
Quale deve essere l’atteggiamento di un prete rispetto alla richiesta di assistenza spirituale di un “uomo d’onore”?
Mi sembra che la sua domanda riguardi il problema, che è stato tanto dibattuto, della richiesta che venga ad un sacerdote di celebrare il sacramento della confessione o l’eucaristia da parte di un mafioso “latitante”, cioè ricercato dalla polizia, spesso da parecchi anni. La mia risposta è semplicemente: non farsi strumentalizzare, come purtroppo è facile che accada in questi casi. Fu questa, sostanzialmente, la risposta che si ricava dal “parere” che, come docenti della Facoltà teologica di Sicilia, quando ne ero preside, abbiamo dato al cardinale De Giorgi che ci pose la questione allorché scoppiò il caso Frittitta. Non sto qui a dire le argomentazioni di quel parere. Ne riassumo le conclusioni: se il sacerdote viene richiesto dei sacramenti in articulo mortis (se, cioè, il latitante sta per morire), il sacerdote deve andare, anche a costo di incorrere nei rigori delle norme civili. Se, invece, non c’è questo pericolo della vita, il sacerdote può andare, una volta, due volte, per sostenere ed accogliere la volontà di conversione del latitante che non può non comportare un’effettiva rottura con la cosca mafiosa e un serio impegno di riparazione del male compiuto. Ma se il sacerdote dovesse registrare che non c’è una tale volontà e che, anzi, c’è un tentativo di strumentalizzazione, è evidente che conviene che egli si sottragga a tale tentativo. Mi sembra che quel parere resti valido, perché prudente ed equilibrato.
Perché a suo parere l’80 per cento degli intervistati dà un parere negativo sui collaboratori di giustizia?
Non mi sembra che ci sia una valutazione sull’efficacia dell’utilizzo o dell’apporto dei “pentiti” sul piano delle indagini di polizia e dei procedimenti giudiziari. C’è semplicemente, da quanto mi pare di capire, un giudizio sulla differenza tra conversione cristiana e collaborazione con la giustizia al fine di usufruire dei vantaggi che la legge assicura in termini di sconti di pena e altro.
Cara Lory,
si prenda pure tutto lo spazio che le serve. Credo che i lettori trovino comunque interessante il ricorso a documentazione di prima mano.
Veniamo alle sue obiezioni, cominciando dalle ultime.
Quello che c’è in un’intervista può anche essere il risultato di un lavoro redazionale (selezioni, tagli, scelte da parte del giornalista o della redazione) e comunque le domande rispecchiano gli interessi del giornalista, il quale pensa a ciò che ai lettori presumibilmente interesserebbe sapere dall’intervistato e alla linea editoriale della propria testata. Nei lavori scientifici le domande se le pone l’autore stesso e rispecchiano (o dovrebbero) la logica interna dell’argomento. Nell’intervista di Jesus a Naro, che lei ha riprodotto (http://terradinessuno.wordpress.com/2007/09/15/il-pastore-smarrito/#comment-919) non c’è uno sviluppo del tema: “C’è qualcosa in questa Chiesa che non è secondo una testimonianza di fedeltà piena al Vangelo”, che rimane al livello di enunciazione. Perché questo sviluppo qui non compaia, non lo so, fatto sta che Naro non lo sviluppa in quell’intervista. Quello che ho detto a corredo è che, certamente, in lavori scientifici Naro ha sviluppato l’argomento, andando anche più lontano di molti altri, per quella strada.
La formazione di Puglisi. Non so quanta conoscenza diretta Naro avesse di Puglisi, se lo abbia mai personalmente incontrato. Quello che posso dire è che il modello sacerdotale di Puglisi è di ispirazione tipicamente conciliare e montiniana, senza bisogno di risalire tanto indietro, fino a Pio X o Leone XIII. Se queste influenze ci sono, in Puglisi, secondo me ci sono attraverso la mediazione del Vaticano II. Per quanto riguarda, poi, la presunta influenza di Pappalardo su Puglisi ho già detto. Penso di poter aggiungere che Pappalardo avesse rispetto del lavoro di Puglisi e lo lasciava fare, ma non mi risulta lo sostenesse. Puglisi era snobbato dai “monsignori”, ed erano questi, in ultima analisi, che avevano in mano il portafogli della Diocesi. L’azione pedagogica e pastorale di Puglisi doveva apparire loro molto “spirituale”, nel senso di astratta e un po’ evanescente. Ma l’azione pastorale davvero efficace, ai loro occhi, è economia: tutta un’altra cosa.
La formazione evangelica di Puglisi non rileva solo dall’apparenenza a “Presenza del Vangelo”, ma dall’insieme del suo articolato mondo spirituale. Puglisi ha collaborato con molti movimenti e istituti: universitari cattolici, Camminare Insieme, Missionarie del Vangelo e tanti altri. Non dimentichiamo neppure la Parrocchia di Godrano. Puglisi, lui, non ha mai fondato né inventato nulla. Il suo genio pastorale consisteva nel discernere i semi evangelici lì dove c’erano e nell’aiutarli a crescere, mentre li assimilava. Puglisi fu straordinario in quest’opera di contaminazione tra esperienze diverse a partire dal Vangelo. Oltre a Rivilli, ricordato da Naro, potremmo citare anche la straordinaria figura del salesiano Rocco Rindone, fondatore del centro sociale di S. Chiara all’Albergheria, il cui metodo di formazione umana dei poveri attraverso il Vangelo anticipa quello di Puglisi, ma anche l’esperienza di risanamento umano del centro sociale S. Saverio di Cosimo Scordato.
Il “grido” di Wojtyla ad Agrigento. Per Naro è giustamente un momento storico dell’impegno della Chiesa contro la mafia. Il Pontefice disse esattamente quello che lei riporta: intimò al mafioso di tornare alla Chiesa in nome della sacralità della vita (”diritto santissimo di Dio”) e del giudizio finale. L’accenno al popolo siciliano “che ama la vita” sottende il drammatico presupposto: la compresenza, nella stessa cultura, di mafia e Chiesa. Il teologo Ruggieri, già nel 1986, si pone la stessa domanda, che Naro rilancia, sostenendo pure che un simile interrogativo si trovasse nella lettera preparatoria di quel viaggio del Papa in Sicilia, ma che misteriosamente sparì poi dai documenti ufficiali: come mai un fenomeno così palesemente antievangelico alligna in Sicilia nonostante la sua quasi bimillenaria evangelizzazione?
Il grido di Wojtyla è del maggio del ‘93; l’uccisione di Puglisi, del settembre. Il Papa condanna la mafia connotandola come violenza omicida; il martirio di Puglisi dimostra che l’omicidio è solo l’espressione dell’appartenenza a una comunione che è essa stessa peccato e antitipica rispetto alla Chiesa. Il Vicario di Cristo chiede conversione ai mafiosi; col sacrificio del martirio, Cristo chiede la conversione della Chiesa stessa.
Io dico: è tempo di chiedersi se le cause di questo fenomeno così anticristiano, in questo popolo così cristiano, siano da ricercare proprio nella storia, nelle modalità, nelle parole della sua cristianizzazione.
CONTINUO A NUTRIRE PERPLESSITA’. NON TANTO SULLA SULLA SUA DISAMINA DEL PROBLEMA QUI IN QUESTIONE (CHE PUR IN CERTI PASSAGGI NON CONDIVIDO, ANCHE PERCHE’ TALVOLTA MI PARE CHE LEI CHIAMI CON NOME LEGGERMENTE DIVERSO ELEMENTI COMUNQUE IDENTICI, COME PER ES. LA “PRESENZA DEL VANGELO” E LE “MISSIONARIE DEL VANGELO”: SI TRATTA DI DUE REALTA’ PALERMITANE STRETTAMENTE COLLEGATE E IN TANTE PERSONE CONVERGENTI), QUANTO SUL SUO MODO DI INTERPRETARE IL PENSIERO DI ALTRI (COME IL PENSIERO DI MONS. NARO, E DICO QUESTO ANCHE SULLA SCORTA DELLA LETTURA DELLA SUA PRODUZIONE STORIOGRAFICA, NON SOLO DELLE SUE INTERVISTE).
SOPRATTUTTO MI PARE CARICATO DI ECCESSIVA ENFASI L’ULTIMO INTERROGATIVO CHE LEI SI PONE: MA DAVVERO PENSA CHE UN BORROMEO A MILANO ABBIA USATO “PAROLE” E “MODALITà” PIU’ AUTENTICHE E PERCIO’ PIU’ EFFICACI DI UN TORRES A MONREALE? (ENTRAMBI FURONO PROTAGONISTI DELLA RIFORMA CATTOLICA POST-TRIDENTINA, AMBEDUE AMICI E DISCEPOLI DI SAN FILIPPO NERI, A ROMA)… OPPURE DAVVERO PENSA CHE LE PAROLE DI ALFONSO DE’ LIGUORI, UN PO’ PIU’ TARDI, SIANO STATE POCO “CRISTIANE” TANTO DA “CAUSARE” IN CAMPANIA L’INSORGERE DELLA CAMORRA COME QUI IN SICILIA LE CANTATE E IL CATECHISMO IN DIALETTO DI BINIDITTU ANNULERU AVREBBERO, PER LA LORO “DEBOLEZZA” EVANGELICA, CAUSATO L’INSORGERE DELLA MAFIA? DAVVERO PENSA CHE UN ORATORIANO FILIPPINO COME GIORGIO GUZZETTA A PALERMO E A PIANA DEGLI ALBANESI NEL SETTECENTO, O UN D’ACQUISTO A MONREALE, O UN GALEOTTI E UN TURANO A PALERMO, O UN TACCHI VENTURI SEMPRE A PALERMO, O UN CUSMANO SEMPRE A PALERMO, UN ANNIBALE MARIA DI FRANCIA A MESSINA, UN DUSMET A CATANIA, NEL CORSO DELL’OTTOCENTO, ABBIANO AVUTO “PAROLE” (PREDICATE E VISSUTE!) COSI’ POCO EVANGELICHE RISPETTO A UN COTTOLENGO O A UN DON BOSCO IN PIEMONTE? E NEL NOVECENTO I DUE FRATELLI STURZO: IL VESCOVO MARIO (FILOSOFO E MAESTRO DI SPIRITUALITA’) E LUIGI (POLITICO, POLITOLOGO E SOCIOLOGO), ABBIANO PROPOSTO AI CATTOLICI SICILIANI “DISCORSI” COSI’ POCO EVANGELICI? O VESCOVI COME GUARINO A SIRACUSA E A MESSINA E COME INTRECCIALAGLI A CALTANISSETTA E A MONREALE SIANO STATI MENO GRANDI DI SCALABRINI A PIACENZA?
MI SEMBRA CHE IL SUO INTERROGATIVO, PER OTTENERE UNA CORRETTA RISPOSTA, DEBBA ALLARGARSI E ARTICOLARSI NON POCO. IO ESTENDEREI QUEST’INTERROGATIVO “ETIOLOGICO” (MI SI DIA IL PERMESSO DI USARE FORSE “FUORI LUOGO” TALE TERMINE) ANCHE A DINAMICHE PU’ INTERNE AL VERSANTE CIVILE-SOCIALE-POLITICO CHE NON A QUELLO ECCLESIALE (ANCHE SE L’INTERROGATIVO, NEL SUO COMPLESSO, INVESTE UN’EPOCA IN CUI CHIESA E SOCIETA’ SONO RIMASTE STRETTAMENTE UNITE E DI FATTO CONFUSE PER TANTI SECOLI FINO, PRATICAMENTE, ALL’ALTRO IERI. A TAL PROPOSITO, NEL CASO DELLA SICILIA, SI DOVREBBE ANCHE VALUTARE MEGLIO UNA SUA SITUAZIONE STORICA SPECIFICA: LA LEGAZIA APOSTOLICA, “REGIME” ECCLESIALE ABROGATO PRIMA DAL PAPA NEL 1866 E POI DISMESSO ANCHE DAI SAVOIA NEL 1870, MA DURATO PER SECOLI, DAL TEMPO DEI NORMANNI; REGIME IN CUI LA CHIESA SICILIANA DIVENTAVA UNA CHIESA “DELLO”STATO, IMBOCCANDO UNA STRADA DI SUBALTERNITA’ AL POTERE POLITICO, SUBALTERNITA’ PIU’ TIPICAMENTE CESAROPAPISTA CHE NON TEOCRATICA).
DAL MIO PUNTO DI VISTA PENSO CHE DOVREMMO PRENDERE IN ESAME TUTTA QUESTA COMPLESSITA’, CHE HA LA PROFONDITA’ LUNGA DELLA STORIA. CONVENGO CON LEI, SIG. GIAMPIERO, NEL SENTIRE DI DOVER METTERE IN CONTO ANCHE TANTI RITARDI E TANTE DISFUNSIONI PROPRIAMENTE ECCLESIALI, QUI IN SICILIA, SOPRATTUTTO NEL POST-CONCILIO: IL VATICANO II E’ GIUNTO IN SICILIA CON RITARDO E CON LENTEZZA E QUESTO PROPRIO “GRAZIE” A UN CETO EPISCOPALE IN GRAN PARTE SORTO SOTTO PAOLO VI (PERCHE’ L’EPISCOPATO SICILIANO DAL 70′ AD OGGI E’ STATO TRA I PIU’ “ASSOPITI” DELLA TERRA? CHI LI “FECE” TUTTI QUEI VESCOVI? E AMMESSO CHE LI ABBIA “FATTI FARE” IN MAGGIOR PARTE PROPRIO PAPPALARDO -E QUESTA MI PARE LA SUA PIU’ GRANDE RESPONSABILITA’ STORICA!-, ROMA NON NE HA SEMPRE AVALLATO LE DECISIONI, FINANCO QUELLE “POSTUME”? DAVVERO LE CAUSE SONO TUTTE “ENDOGENE” ALLA SICILIA?).
Cara Lory,
Vorrei complimentarmi, anzitutto, per la sua tecnica argomentativa e per i contenuti che mette in campo. Li trovo davvero interessanti. Proverò a rispondere.
In primo luogo un mea culpa: ho chiamato “Missionarie del Vangelo” (che come lei correttamente dice sono legate a “Presenza del Vangelo”) quelle che sono in realtà le “Assistenti sociali missionarie”. Mi scuso con i lettori e con le amiche “Assistenti sociali missionarie” per la svista.
Ciò tuttavia non cambia la sostanza: se si vuol dire in due parole la vocazione di Puglisi si deve dire che fu un evangelizzatore. In molti lo ricordano, insegnante di religione al Vittorio Emanuele II di Palermo, girare per le classi con uno scatolone pieno di vangeli in formato tascabile. Una “strategia” che Puglisi aveva assimilato dal salesiano P. Rocco Rindone, che fu suo predecessore in quella stessa scuola, o addirittura dalla fiorente comunità evangelica di Godrano, ai tempi in cui vi lavorò da parroco? In questo, allo stretto, consisteva la sua lezione. La sua azione era dunque esattamente come ce l’aspetteremmo in chi evangelizza: prescindeva da ogni denominazione, ceto ecclesiale e sociale, età, convinzioni politiche, e persino confessionali…
Debbo amichevolmente lamentarmi con lei, Lory, perché continua a rimproverarmi l’errore di attribuire a C. Naro la tesi che la mafia abbia anche cause religiose, da ricercare nella storia dell’evangelizzazione di una regione più o meno vasta del nostro Paese. Credo di non meritare il rimprovero. So bene che Naro non si è mai spinto sino alla suddetta tesi, essendo quella una mia tesi. Finora ho solo sostenuto che cercare le radici della mafia anche tra i processi di inculturazione del vangelo non è in contrasto con i risultati di Naro e altri, anzi, ne rappresenta uno sviluppo.
Infine, il suo argomento più forte. Lei elenca tutta una serie di gigantesche figure di portatori del vangelo, pastori, teologi, intelletuali, campioni della carità cristiana e afferma, in modo assolutamente impeccabile, che tali personaggi non sono mai mancati in nessun’epoca, in nessuna comunità cristiana, neppure nel meridione d’Italia. Questo basta per sgombrare il tavolo della discussione dal problema che ci tiene occupati? Non credo. La stessa esistenza teologale degli eccezionali evangelizzatori che lei ha citato rappresenta un’implicita riserva profetica nei riguardi dell’evangelizzazione “normale”. E’ la loro stessa eccezionalità una critica alla normalità, esattamente come accade ancora oggi con Puglisi. Se tutti gli evangelizzatori fossero sempre stati “veri” come lui, Puglisi sarebbe vivo e la mafia sarebbe morta, almeno in quanto fenomeno dal profondo radicamento nella cultura religiosa del siciliano.
Elencare le glorie della Chiesa siciliana non è, in fondo, un altro modo di porsi la domanda: “Come mai la mafia nonostante secoli di Vangelo” (che, si è visto, è una strada che non conduce a nulla)?
In un primo momento lei respinge la tesi delle cause religiose del fenomeno mafioso con una foga quasi impulsiva, poi, a poco a poco, le si avvicina, fino all’ultima parte del suo commento, dove parla dell’episcopato siciliano contemporaneo e si dichiara d’accordo con me: perché ciò che ritiene possibile sia accaduto di recente lo nega tanto risolutamente per il passato?
In realtà, le nostre rispettive posizioni sono molto meno distanti di quanto lei mostra di credere. Il fenomeno mafioso è troppo diffuso e culturalmente radicato per potersi spiegare senza pensare a cause complesse e remote, anche nel tempo, quale che sia la risposta che intendiamo dargli. La scientificità di una futura indagine in questa direzione esigerebbe anche di liberarsi di resistenze pregiudiziali, legate al fatto che ognuno di noi istintivamente protegge la credibilità delle proprie ascendenze culturali come qualcosa di infinitamente sensibile e di enorme valore. E’ un fatto di cui anche Gesù è consapevole quando considera: “Nessuno vuole neppure assaggiare il vino nuovo, perché dice: il vecchio è migliore”.
Infine, un controllo rigoroso di una tesi non si fa accumulando conferme, ma andando in cerca di elementi di falsificazione. Che la storia della Chiesa siciliana sia piena di santi di per sé non significa nulla, se non, in un’ottica di fede, che lo Spirito Santo non si è ancora stancato di noi. Ma dal punto di vista culturale, che è l’ottica propria in cui dovremmo qui situarci, occorre tenere presente che i processi che dovremmo studiare, e i fenomeni, sono lunghissimi, lenti, conflittuali.
Il criterio di demarcazione da cercare dev’essere un fenomeno discriminante. Per me, questo criterio può essere la presa d’atto di ciò che fa della mafia siciliana qualcosa di diverso da ogni altra organizzazione criminale, cioè che essa è anche un fenomeno religioso.
Roma? Lì discutono. E’ qui che dobbiamo evangelizzare i siciliani. Ora. Ricominciando da capo (dalla metanoia).
Pubblico volentieri la lettera di un carissimo amico che chiede ospitalità su Terra di nessuno.
Giampiero
Caro Giampiero,
mi inserisco sul dibattito in terra di nessuno cercando di dare il mio modestissimo contributo.
Avendo conosciuto personalmente Puglisi ho sentito di dover intervenire.
Per capire chi è stato Puglisi, credo si debba partire da molto lontano, da quando era ancora un ragazzo.
Puglisi aveva dei genitori che avevano forte il senso dell’onestà, del senso della giustizia e della dignità dell’uomo anche se povero.
Queste due figure ebbero una grande importanza per il giovane Pino. Il padre, uomo onesto, lavoratore, attento ai bisogni di chi, come lui, era povero e la madre, Giuseppina, una donna sempre sorridente che si immedesimava nei bisogni degli altri.
In questo ambito familiare così pervaso di semplicità, di onestà, di senso della giustizia, di riscatto dei più poveri, Puglisi imparava dai genitori ad amare Dio e a confidare nella Provvidenza.
Spesso don Pino ricorreva alla Provvidenza sicuro (perché così gli era stato insegnato) di avere una risposta, di avere un sostegno.
Questa convinzione, o meglio fede, si sintetizza nelle parole scritte dietro nell’immagine della madre fatta fare per la sua scomparsa “mi sono sempre posto davanti agli occhi del Signore; Egli è alla mia destra, non posso vacillare. Perciò ne gioisce il mio cuore: c’è da saziarsi di gioia alla tua presenza, di delizie senza fine vicino a te” dal Salmo 15(16).
Un’altra figura importante per il giovane Puglisi è stata, per l’esempio di vita sacerdotale, Padre Messina che dedicò tutta la vita ai giovani.
Queste persone ebbero un ruolo importante per la sua scelta alla vita consacrata. A questo proposito ricordo che, tra la miriade di libri accatastati tra gli scaffali, uno mi colpì per il fatto che all’interno non c’era la solita scritta “3P” che ne attestava l’appartenenza, ma una data e una firma con scritto: sacerdote Giuseppe Puglisi; il titolo del libro: San Filippo Neri.
Basta leggere la storia di questo Santo per conoscere chi era Puglisi.
Io credo che il nostro don Pino poco avesse a che fare con un tipo di Chiesa quale fu quella prima del Concilio Vaticano II, se non per il fatto di essere stato ordinato sacerdote proprio in quel tempo e per le mani di un Arcivescovo, il Card. Ruffini, conservatore.
Puglisi è stato un vero testimone del Concilio Vaticano II.
Ci sono tante cose che ci fanno dire così. Si percepiva che il Concilio aveva dato risposte ai suoi tanti interrogativi e lo dimostra il fatto che ne consultò e ne studiò continuamente i documenti. Puglisi fu tra i primi che valorizzò il laicato dandogli un ruolo di grande valore all’interno della Chiesa.
Una Chiesa vicina alla gente e per la gente; una Chiesa voce dei poveri, ai quali non bisognava dare solo il pane ma anche la Parola. E’ nella Sacra scrittura la chiave di lettura della missione di questo Profeta.
La Parola riusciva ad essere elemento di congiunzione nel rapporto con Dio anche attraverso mille povertà e tanta sete di giustizia. E’ la Parola di Dio che ci salva e che ci renderà, un giorno, giustizia.
E la parola non è ad uso esclusivo di una casta, di una cerchia ristretta di uomini, ma è per tutti coloro che la cercano, mafiosi compresi. Sappiamo tutti come lui chiese fortemente un incontro: incontriamoci, parliamoci…
Cosa lo teneva lontano dal “palazzo” se non una visione di Chiesa che stentava, faticava ad accettare un ruolo di primo piano che doveva essere dato, come avevano pronunciato i padri del Concilio, ai laici.
Questa prospettiva, secondo Puglisi, avrebbe dato l’opportunità al popolo di fare conoscenza delle cose di Dio, di fare esperienza di una salvezza che è per tutti.
Quindi, come dicevo prima, Puglisi è stato un’espressione del Concilio Vaticano II.
Un modo di essere sacerdote, calato nei problemi del popolo ma alla luce del Vangelo, vero strumento di salvezza.
E’ la pedagogia della Parola che ha fatto di Puglisi un sacerdote da imitare, un martire della Chiesa, un Profeta che ha alzato la sua voce.
LA RINGRAZIO ANCORA PER QUESTA SUA ULTERIORE RIFLESSIONE E PER LA LETTERA DELL’AMICO DI DON PUGLISI SOPRA RIPORTATA (APPRENDERE CHE DON PINO SI LASCIAVA ISPIRARE ANCHE DALLO STILE DI SAN FILIPPO NERI E’ PER ME UNA BELLA CONFERMA DI CIO’ CHE PENSO CIRCA L’INFLUSSO POSITIVO DEL FILONE “FILIPPINO-ORATORIANO” NELLA SICILIA OCCIDENTALE, DAL TORRES IN POI…).
CIO’ CHE IO INTENDEVO RIMARCARE NEI MEI ULTIMI POST E’ CHE TRA FINE OTTOCENTO E NOVECENTO E’ SUCCESSO QUALCOSA DI EPOCALE UN PO’ OVUNQUE (IN ITALIA L’UNIFICAZIONE CON TUTTO IL SUO CARICO DI SECOLARIZZAZIONE NELLA SECONDA META’ OTTOCENTO E POI IL VATICANO II NELLA SECONDA META’ NOVECENTO): QUI IN SICILIA NON TUTTI SIAMO STATI ALL’ALTEZZA DEGLI EVENTI E PERCIO’ ABBIAMO PERSO TERRENO; MA QUANDO SI PERDE TERRENO OGGI, IN QUESTA NOSTRA TARDA MODERNITA’, E’ COME PERDERE CHILOMETRI E CHILOMETRI: OGNI INCERTEZZA E OGNI PUR MINIMO RITARDO, OGGI, IN UN TEMPO IL CUI IL MONDO CORRE A MILLE, EQUIVALE A UN GAP MACROSCOPICO.
SONO D’ACCORDO (MA NON DA ORA) CON LEI CIRCA LA PORTATA NECESSARIAMENTE PROFETICA DI CIO’ CHE DI BUONO C’E’ STATO E C’E’ NELLA NOSTRA STORIA ECCLESIALE, COMPRESO IL MARTIRIO DI DON PUGLISI. MA PROPRIO QUESTA INEVITABILE E ANZI COSTITUTIVA PROFETICITA’, GARANTISCE DELLA COERENZA DI QUESTE “FIGURE” E DI QUESTE VICENDE CON LA “FIGURA” E LA VICENDA DI CRISTO GESU’: IO NON DICO, COME INVECE MI PARE FACCIA LEI NEL SUO POST QUI SOPRA, CHE SE TUTTI GLI EVANGELIZZATORI (TUTTI NOI BATTEZZATI, TUTTI NOI DISCEPOLI -TALVOLTA PURTROPPO SOLO ANAGRAFICAMENTE- DEL SIGNORE GESU’) FOSSIMO COME DON PUGLISI, EGLI SAREBBE ANCORA VIVO E LA MAFIA NON CI SAREBBE E SAREBBE IN VIA DI ESTINZIONE; IO DICO PIUTTOSTO CHE PROPRIO PERCHE’ DON PUGLISI E’ STATO COSI’ PROFETICO E COSI’ AUTENTICO EVANGELIZZATORE, E’ MORTO MARTIRIALMENTE, ALLA MANIERA DI GESU’. ANCHE SE NON MI ESIMO DAL CHIEDERMI PERCHE’ IL SIGNORE FINORA NON MI CONDUCE VERSO LO STESSO DESTINO, E MI CHIEDO SE FORSE NON SIA IO A FARE RESISTENZA E A NON ARRENDERMI A LUI COME FANNO I MARTIRI E I TESTIMONI VERI (RICORDO QUI LA TEMATIZZAZIONE DI QUESTA QUESTIONE FATTA NEL SUO EPISTOLARIO DAL CARCERE DI TEGEL DA D. BONHOEFFER), E MI CHIEDO INFINE SE IL SIGNORE NON MI STIA GIA’ CONDUCENDO VERSO QUELL’ESITO, NEL MIO PICCOLO, MAGARI PER ALTRE SITUAZIONI ECCLESIALI E SOCIALI DIVERSE DALLA MAFIA, SOTTO ALTRE FORME, DIFFERENTI MA NON DISPARATE RISPETTO ALLO SPARGIMENTO DEL SANGUE.
DEL RESTO IO HO COMINCIATO A INTERVENIRE IN QUESTO BLOG PROPRIO PARTENDO DALL’ANALOGO INTERROGATIVO FORMULATO A BASSA VOCE E IN TERMINI UN PO’ AMBIGUI (NEL SENSO DI NON CHIARI, ALMENO PER ME) DA QUEL GIOVANE PRETE DA LEI CITATO ALLA FINE DEL SUO ARTICOLO…
Per un cristiano, il martirio è una eventualità da considerare all’interno della propria fede. La Prima lettera di Giovanni dice infatti che “Dio ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli”.
IDa san Giovanni de Brebeuf e i martiri canadesi (gesuiti uccisi dagli Irochesi nel XVII secolo) a sant’Andrea Dung-Lac ed i vietnamiti (XIX secolo), da san Paolo Miki e i martiri giapponesi (XIX secolo) a santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein) e Massimiliano Maria Kolbe (morti nei lager nazisti) tutta la storia del Cristianesimo è piena di figure di persone che hanno dato la vita per Cristo in ogni parte del mondo e di ogni nazionalità.
Ancora oggi missionari, sacerdoti e fedeli di tutte le confessioni cristiane muoiono in molti paesi del mondo, per aiutare i poveri e gli oppressi.
Gesù ha detto:”Se il mondo vi odia sappiate che ha odiato me prima di voi,
ricordatevi della parola che vi dissi, Non c’è servo più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, anche la vostra”
Adesso la mia domanda è questa: evangelizziamo come i discepoli di Gesù di un tempo? Abbiamo la stessa fede? La missione salvifica della Chiesa di oggi come viene attuata?
Con stima e affetto
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MI PERMETTO DI RIPROPORRE QUI LA SCANNERIZZAZIONE DEL TESTO DI UN INEDITO DI MONS. CATALDO NARO APPARSO OGGI, AD UN ANNO DALLA SUA MORTE, NELLE PAGINE PALERMITANE DE “LA REPUBBLICA”.
LEGGENDOLO MI APPARE ANCORA PIU’ CHIARO CHE, SECONDO LUI, IL RAPPORTO CHIESA-MAFIA IN SICILIA E’ PURTROPPO SEGNATO (NEGATIVAMENTE) NON DALLE PAROLE STESSE DEL CRISTIANESIMO ANNUNCIATE DALLA CHIESA, MA DALLE PAROLE NON PECULIARMENTE CRISTIANE CHE LA CHIESA SI E’ LIMITATA A DIRE RIGUARDO ALLA MAFIA, PUR PARLANDONE, SOPRATTUTTO NELLA SECONDA META’ DEL NOVECENTO E ANCOR OGGI. C’E’ STATO SI’ UN DEFICIT ECCLESIALE DI FRONTE ALLA MAFIA, MA TALE DEFICIT E’ STATO SOPRATTUTTO UN DEFICIT DI PAROLE AUTENTICAMENTE EVANGELICHE: MAGARI ESSA HA GRIDATO CHE I MAFIOSI SONO DELINQUENTI DELLA PEGGIORE SPECIE, MA NON HA GRIDATO CHE ESSI SONO PECCATORI; MAGARI HA PROCLAMATO CHE ESSI DEVONO ANDARE AL CARCERE DURO, MA NON HA PROCLAMATO CHE ESSI POSSONO E DEVONO CONVERTIRSI; MAGARI QUALCUNO DEI SUOI UOMINI, SPECIALMENTE A PALERMO, TUONANDO NEI CORTEI CONTRO LA MAFIA CON LE STESSE PAROLE DI FALCONE E DI VIOLANTE, HA AVUTO NECESSITA’ D’ESSERE PROTETTO DALLA SCORTA ARMATA DEI CARABINIERI, MA NESSUNO -PARLANDO COME DON PUGLISI AI BAMBINI NELLE AULE DEL CATECHISMO E NEI CORTILI DEGLI ORATORI- E’ PU’ FINITO UCCISO COME IL PARROCO DI BRANCACCIO.
«Il progetto diocesano denominato Santità e legalità è un progetto di natura educativa che attiene ai compiti propri della Chiesa: formare le coscienze. Fenomeni come la mafia non si vincono con la semplice repressione. Questa è necessaria ma non sufficiente. E la Chiesa deve fare la sua parte attraverso la cura delle anime, affinché i fedeli prendano sempre più consapevolezza di ciò che sono: battezzati e quindi persone che aderiscono e vivono il Vangelo. Questo progetto si inserisce quindi nel lavoro quotidiano, ordinario della Chiesa diocesana di Monreale, qui in Sicilia. Questo lavoro può trovare delle utili collaborazioni perché la Chiesa si rapporta al territorio in cui essa stessa vive e perciò cerca collegamenti, sponde con tutti coloro che hanno a cuore il bene di questo territorio. E per questo sono grato a quanti sono intervenuti. Con loro c’è la possibilità di costruire insieme.
La Chiesa deve intervenire su questi argomenti non ripetendo semplicemente e solamente le parole della società civile. Deve fare anche questo, certamente, per mostrarsi consapevolmente e convintamente partecipe di una sensibilità civile che è finalmente condivisa nella società oggi. Ma se vuole veramente essere efficace e lasciare il segno, non può non fare ricorso al suo patrimonio più peculiare: il Vangelo, secondo la tradizione cristiana.
Qualcuno sostiene che la Chiesa ha mostrato un certo ritardo culturale su questi temi. Quando insegnavo storia della Chiesa, nella Facoltà teologica di Sicilia a Palermo, scrissi un saggio intitolato Il silenzio della Chiesa sul fenomeno mafioso, pubblicato sulla rivista «Studium», in cui da storico cercavo di spiegare le motivazioni di questo silenzio.
Distinsi una iniziale lunga fase di silenzio spiegabile con una estraneità che la Chiesa sentiva ai problemi dello Stato, un’estraneità polemica nata col risorgimento italiano.
Poi evidenziai una fase di “parola” che stranamente si apre con Ruffini. È lui a rompere il silenzio. Egli giunge a usare esplicitamente la parola “mafia” e a dire che la mafia è un fenomeno come tanti altri, pericoloso come la delinquenza che si trova a Milano o in Inghilterra… Questo “periodo della parola” arriva fino a tutto il magistero di Pappalardo. È un periodo in cui la Chiesa parla assumendo le categorie della società civile. Le parole di Ruffini non erano diverse da quelle utilizzate dal presidente della regione di allora o dal procuratore della repubblica di quel tempo, i quali ancora, a quell’epoca, sottovalutavano di fatto il fenomeno, o lo interpretavano come un comune fenomeno malavitoso, senza il riconoscimento delle sue specifiche caratteristiche, che avrebbe potuto far avviare una più efficace opera di contrasto contro la mafia stessa. Anche le parole di Pappalardo, più tardi, erano identiche a quelle del sindaco di Palermo e a quelle dei magistrati del suo tempo: c’era ormai, allora, maggiore consapevolezza riguardo al fenomeno mafioso e una maggiore capacità di reazione civile contro di esso. Questa assunzione dei linguaggi tipici delle altre istituzioni impegnate nell’affrontare la mafia in quei decenni, non fu negativo. Anzi. Ci fu una graduale assunzione di responsabilità da parte della Chiesa, che così si accompagnava alla società tutta quanta e alle altre istituzioni nel loro comune cammino di responsabilizzazione. La Chiesa si fa carico dei problemi della società adoperando le sue stesse parole, che sono poi le parole di politici, funzionari, di giudici, di poliziotti che spesso provenivano dalle stesse file del cattolicesimo italiano e che si erano formati anche nell’Azione Cattolica o negli oratori parrocchiali.
Infine evidenziai una terza fase che inizia con il grido – qualcuno l’ha definito “invettiva” – di Giovanni Paolo II nella valle dei templi, ad Agrigento, nel 1993. Quel discorso non fu importante tanto per l’invettiva in sé, quanto per l’aver usato per la prima volta – e questa è una lezione che la Chiesa siciliana sta assorbendo lentamente – parole e categorie cristiane: pentimento, conversione, giudizio di Dio, martirio… quest’ultima parola confermata in modo impressionante dalla successiva morte violenta di don Pino Puglisi a Brancaccio.
Finalmente il modo di parlare della Chiesa sul fenomeno mafioso fa riferimento alla sua tradizione. La Chiesa giustamente si unisce al coro che chiede giustizia, legalità, che chiede che la mafia non paralizzi e non mortifichi la popolazione e il territorio siciliano, ma aggiungendo finalmente l’apporto peculiare ricavato dalla sua tradizione evangelica.
Questo nostro progetto diocesano fa propria questa “ambizione”: l’intento della Chiesa di parlare con parole sue, in maniera da lasciare il segno e risultare efficace nella formazione dei fedeli. Ecco perché la scelta di una parola e di un’esperienza quale la santità connessa alla legalità.
Concludo dicendo tre cose su tre parole: legalità, santità, resistenza.
Legalità è l’osservanza delle leggi. Differisce da legalismo, cioè osservare le leggi per se stesse. La funzione dell’osservanza delle leggi è di poter vivere ordinatamente affinché ci sia una convivenza civile. Ma le leggi devono essere ancorate alla giustizia. Quindi legalità, giustizia, bene comune, sono concetti che vanno insieme. Perché la Chiesa deve interessarsi della legalità? Perché la Chiesa ha a cuore la giustizia e il bene comune. Se in un territorio ci sono problemi di legalità, la Chiesa, nel suo compito educativo, non può non farsi carico di questi temi. Se si mettesse da parte, questo sua appartarsi o defilarsi sarebbe la spia di un grave problema ecclesiale. Ma deve farlo, però, mettendo un di più: la charitas, l’agápe, cioè lo Spirito Santo, l’amore di Dio diffuso nei cuori degli uomini. Pertanto il cristiano non può non caricarsi di questi problemi, omettendo di portare il suo specifico contributo. Il cristiano crede di vivere in comunione con Dio e cioè crede che lo Spirito Santo lo ha unito a Gesù Cristo. Il cristiano quindi partecipa di questo corale sforzo della società civile che favorisce la crescita di ogni uomo e ogni donna con lo specifico della carità, del dono dello Spirito, che attinge nella comunità ecclesiale di cui è membro.
Santità: si può parlare di tre tipi di santità, quella raccontata, quella invocata, quella vissuta. La santità raccontata è quella dei libri dei santi. Ed è nostro compito far conoscere queste figure. La nostra Chiesa diocesana, ad esempio, soprattutto nel Novecento, ha una schiera di figure di santità notevoli. Perché così tante? La santità, quella esemplare, è un dono di Dio. Dio dà ad alcune persone una tale carica carismatica che la loro vita ordinaria diventa esemplare. Puglisi, ad esempio, faceva il parroco e non aveva altre ambizioni. Non si è piegato alla pressione dei mafiosi di Brancaccio e ha accettato consapevolmente la morte pur senza cercarla. Questo è il martirio cristiano. E il martire non va mai a cercare la morte con un desiderio masochistico o per superomistico. Quindi il martirio e la santità esemplare, essendo doni di Dio, sono una sorta di appello che il Signore fa alla sua Chiesa. Vuol dire che quella Chiesa ha bisogno di quei santi. Se è venuto Puglisi è perché il Signore vuole che questa Chiesa superi se stessa, si trasformi. Ecco perché, anche a Monreale, abbiamo tutte queste figure di santi. Sono un appello a noi. Se non ci fosse bisogno, Dio non le susciterebbe. A me piacerebbe che la santità raccontata fosse in grado di cogliere questo appello. I processi di beatificazione sono una miniera di notizie per la storia dei nostri territori. E perciò vorrei che la santità raccontata fosse questo: il racconto della nostra storia attraverso queste personalità esemplari. Poi c’è la santità pregata. Il nostro popolo ecclesiale prega i santi. Io vorrei, soprattutto dai fedeli della diocesi di cui sono vescovo, che si pregassero i santi anche su questi temi. Perché certi problemi così radicati e così terribili devono sì essere risolti con l’iniziativa umana, ma per un credente è necessario anche un intervento di Dio. Una preghiera ai nostri santi legata al tema della legalità è sicuramente una preghiera ben fatta. Infine c’è la santità vissuta. Prima la santità era solo da pregare e ammirare. Dopo il concilio Vaticano II, con l’affermazione vigorosa dell’universalità della vocazione alla santità, la situazione cambia. Giovanni Paolo II afferma che la santità è misura alta della vita ordinaria. E se è vero che il cristiano agisce nella storia col dono della carità, allora abitando in un territorio come questo, il cristiano non può non vivere con questo intento: essere santo, santo ogni giorno. E questo vale per tutti: per il carabiniere, per il politico, per il professore, per il bidello, per la guardia municipale…
L’ambizione della Chiesa, il desiderio principale della Chiesa è questo: che tutti coloro che si riconoscono nella Chiesa e scoprono il significato del loro battesimo, si impegnino a vivere nella santità. Se ciò accade, è il contributo più vero e più efficaceche la Chiesa può dare alla lotta alla mafia e più in generale a creare una società più giusta.
Resistenza: è qualcosa di estremamente profondo. Esiste una raccolta di lettere e poesie del pastore protestante Bonhoeffer, che morì impiccato in un campo di concentramento nazista nel 1945, intitolata Resistenza e resa. Questo titolo va così interpretato: resistenza al male e resa a Dio. Il caso Puglisi è esemplare di questa logica cristiana. Lui sapeva di andare alla morte, ma non si rassegnava alla vittoria del male. Capiva, però, allo stesso tempo, che il Signore gli chiedeva anche questa resa, cioè consegnare la sua vita. In lui c’è stata la resistenza fino all’ultimo, nel suo piccolo, per quel che poteva, al male; ma nello stesso tempo la resa a Dio. Questo è l’apporto specificamente cristiano. Cioè la capacità di armare il cuore degli uomini a resistere sino alla fine al male, ma arrendendosi e consegnandosi a Dio.»