La scuola non sa cosa insegnare…
(…né come debba farlo, né chi)
Ragazzo, devi molto perseverare,
avere buona pazienza,
per arrivare al punto
di partenza
(M. Ruffino)
La società italiana è caratterizzata da una scarsa mobilità sociale. Tra le altre cause si suole indicare la particolare struttura demografica del nostro Paese, con tassi di natalità tra i più bassi e l’invecchiamento della popolazione tra i più accelerati al mondo. Di solito si aggiunge che l’elevata età media della classe dirigente non sarebbe altro che lo specchio di questa particolare situazione sociale. A parere di chi scrive, l’analisi è così poco convincente e goffa da lasciar affiorare il tentativo di autodifesa dei gruppi sociali che detengono il controllo della trasmissione del sapere, dell’informazione e della distribuzione del benessere e sono al tempo stesso i soli adeguatamente rappresentati nelle istituzioni. Basterebbe ricordare che, a soli trentanove anni, Mussolini fu il più giovane primo ministro dell’Italia liberale, la sua ideologia ispirava una chiara politica di espansione demografica e tuttavia il ventennio fascista coincise con la più formidabile fase di blocco delle dinamiche sociali dall’Unità ad oggi. Evidentemente sono in molti a non essersi accorti che la fascinazione delle ingegnerie sociali di ogni tipo, comprese le loro presunte basi scientifiche skinneriane, hanno da tempo rivelato la loro faccia autoritaria.
Le dinamiche sociali non dipendono dai rigidi determinismi immaginati da questa rozza cucina sociologica esibita nei talk show, ma dal grado di uguaglianza reale diffusa nel corpo sociale. La causa principale dell’immobilismo della società italiana, specie nel nostro Meridione, è l’organizzazione del sistema scolastico che, così come è concepito, irrigidisce, appunto, la stratificazione sociale. In particolare, la tendenza ad anticipare sempre più la formazione professionale ad età troppo giovanili ottiene che sin dall’adolescenza il cittadino sia addestrato a ricoprire un preciso ruolo lavorativo sulla base esclusiva della sua estrazione sociale. Un sistema educativo concepito come cinghia di trasmissione per veicolare un rigido ordine sociale precostituito è la spia del tasso di autoritarismo presente in una società, e ciò indipendentemente dai modelli di gestione del potere formalmente assunti. Come accadeva nel Ventennio, la scuola rischia di trasformarsi, ed in buona parte è già, un abnorme meccanismo manipolatorio e d’oppressione di massa.
Nelle analisi mediatiche sul declino del sistema-Paese generalmente la scuola non figura neppure. Le stesse critiche al sistema scolastico accolgono la logica autodissolutoria del modello aziendalista, che è stato la comune ispirazione delle numerose recenti riforme dei cicli scolastici. Il disinteresse per il tema alto della scuola è la misura della stoltezza politica, oltre che dell’egoismo di classe, del ceto dirigente. Il ministro degli interni, Giuliano Amato, ai quindicimila studenti riuniti a Palermo per commemorare Giovanni Falcone, e che lo interrogavano criticamente sulla politica scolastica del governo, ha risposto tra l’altro: “Non credo alla scuola alternativa, una delle ragioni per cui studiate male è perché alcuni insegnanti sono usciti da anni in cui discutere del Vietnam prese il posto dell’imparare” (la Repubblica 24.5.07). E’ una risposta che, nella sua desolante pochezza, rende un dato evidente: il politico si sente assediato perché in realtà non sa che fare anche su questioni strategiche per il Paese. Anche nell’attuale dibattito sulla cosiddetta crisi della politica, cioè il fenomeno della crescente insofferenza dei cittadini per le cose e gli uomini del Palazzo, pesa infinitamente di più la riforma delle pensioni che la formazione culturale dei cittadini.
Nella disattenzione a ciò che accade alla scuola vi è, infine, anche una spia della confusione in cui versa la società civile. Un solo esempio, tratto dal più significativo evento civile di questo primo anno di governo del centro-sinistra. Gli organizzatori del movimento Family Day, questa parte indubbiamente sana della società civile, hanno lasciato che si neutralizzasse il potenziale propositivo e di crescita collettiva della propria protesta attraverso la strumentalizzazione reazionaria, politicamente innocua, del “no” ai DICO. In questo modo si è persa l’occasione per chiedere vere politiche progressiste di sostegno alla famiglia: una ripresa dell’edilizia popolare, dell’occupazione giovanile e di una seria politica di ristrutturazione completa del sistema formativo del Paese, in primo luogo.
La scuola è la prima esperienza pubblica di un cittadino. Bene, informiamo il Ministro degli Interni sulla concreta esperienza scolastica dei giovani palermitani cui egli ha rivolto le sue alate parole. Le condizioni materiali in cui avviene la relazione didattica sono disastrose. Edilizia scolastica adattata alla meglio, insicura, malsana, del tutto aliena da criteri ergonomici e dettati dalla specifica destinazione d’uso. Classi di venticinque-trenta persone, tra studenti e docenti, ammassati in pochi metri quadri, dotati di strumenti didattici obsoleti, in spazi insufficienti; ragazzoni seduti a due a due, dietro a banchi adatti a bimbi di scuola elementare, fino ad otto ore al giorno. Palestre e attrezzature sportive ridicole, biblioteche non funzionanti, trasformate in aule e magazzini, servizi igienici da lazzaretto, di mense neppure l’ombra. I ritmi di apprendimento, le leggi dell’attenzione e del lavoro intellettuale, la continuità didattica sono all’ultimo posto tra i problemi della gestione del personale docente, del calendario, degli orari e tempi della didattica. Gli insegnamenti pomeridiani, quando non sono dei doppioni di quelli curriculari, spaziano dall’equitazione, alle maschere, alle cornamuse, presepi e carnevali. Un fiume di denaro viene distribuito con il sistema dei progetti. Più i progetti sono attraenti per i ragazzi, più aumenta il numero degli iscritti, più crescono i finanziamenti: e il ciclo riprende. In realtà gli studenti sono frastornati da un’offerta di dubbia validità formativa a discapito dei processi logici di base, competenza linguistica e capacità espressive, metodologie e strategie di apprendimento, conoscenza di sé, formazione dell’affettività e delle emozioni, crescita psicosociale e relazionale, metacognizione, autocorrezione, soluzione di problemi nuovi, educazione del gusto, della creatività e dello stile.
Le relazioni affettive sono sacrificate. L’aumento, anno per anno, dell’orario di lavoro dei docenti e la contemporanea squalifica professionale del lavoro docente e del suo ruolo sociale. Le relazioni scuola famiglia sono sempre più formali e difensive, la burocrazia è un muro crescente di carte tra docenti e famiglie, tra docenti e studenti. I ragazzi pensano ad evadere appena possibile, (il sabato, ogni pomeriggio, a partire dalla terza ora di lezione in poi…) ed a stordirsi in un modo qualsiasi.
La scuola è sempre più il luogo in cui gli allievi fanno esperienza dei conflitti e del proprio svantaggio sociale, senza neppure ricevere gli strumenti per elaborarli. I ricordi di scuola sono ormai come una scena primaria, l’origine traumatica della reciproca diffidenza tra il cittadino e lo Stato.
Si sa che gli studenti non votano e la politica è portata a privilegiare i propri naturali “clienti”. Ma nel caso in cui il parlamentare, l’uomo di governo, l’amministratore nostrano non si sentisse particolarmente vocato a un’idea alta di politica, il legislatore dovrebbe almeno tenere in qualche conto le statistiche sul mondo della scuola.
La dispersione scolastica è ancora elevata; solo pochissimi studenti delle scuole secondare, in special modo professionali, una volta conseguito il diploma si iscrivono all’università; tra questi, molti, troppi abbandonano al primo anno e gli altri trascinano spesso carriere universitarie interminabili; pochissimi diplomati nelle scuole professionali e tecniche trovano un lavoro che abbia attinenza con i loro studi; la maggior parte trova impiego in lavori non qualificati. Un’indagine realizzata dall’ISTUD per la camera di Commercio di Milano, attraverso la rielaborazione di dati provenienti da fonti istituzionali conclude che:
“accedere al mercato del lavoro è più importante che accedere in una posizione perfettamente adatta al titolo di studio posseduto. Entrare, cominciare a lavorare, darsi da fare immediatamente dopo il conseguimento del titolo di studio è probabilmente visto anche dalle imprese come un segno che il soggetto è attivo, motivato ed intraprendente.
[...] un ingresso rapido al lavoro è ciò che più conta per le prospettive di sviluppo della carriera individuale, anche se tale ingresso avviene in posizioni ‘atipiche’ o non completamente confacenti al titolo di studio”. (Camera di commercio di Milano, La transizione scuola-lavoro e i rendimenti dei titoli di studio nel mercato del lavoro” (vedi http://www.mi.camcom.it/show.jsp?page=66326).
Ciò che vale per Milano e per il i giovani laureati, vale in realtà (anzi, a maggior ragione) anche al Meridione e per i giovani diplomati. Che senso ha un insegnamento tecnico impartito troppo precocemente e in tempi sbagliati a discapito di una migliore formazione umana e civile, quando è quasi certo che non servirà per l’effettiva attività lavorativa futura? Quando la formazione tecnica di migliore qualità avviene lavorando e che è il mercato del lavoro stesso a chiedere la formazione umana e civica come migliore prerequisito della produttività del futuro professionista?
Il fatto è che alla scuola ideologica e dottrinaria se ne è sostituita una pragmatica, concepita in funzione delle esigenze economiche di gruppi egemoni, non di quelle antropologiche (se mai lo è stata) e del bene comune. Ecco perché la prima riflessione critica dovrebbe riguardare il fatto che la relazione educativa è declinata in tutte le culture ed istituzionalizzata, esattamente come il diritto, la religione, il rapporto uomo donna; insomma, come tutto ciò che a che fare con la propria continuità spirituale.













http://vapensiero.wordpress.com/2008/01/24/lettera-di-benedetto-xvi-compito-urgente-educazione/